Nuovi equilibri della potenza globale: Trump, Putin, Xi e l’Europa ai margini

Washington, Mosca e Pechino tornano a parlarsi da grandi potenze

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Punti chiave

  • I nuovi equilibri della potenza globale mostrano il cambiamento della dinamica geopolitica tra USA, Russia e Cina, con l’Europa sempre più ai margini.
  • Lavrov segnala comunicazioni ‘amichevoli’ tra Putin e Trump, evidenziando che il vero tavolo della crisi ucraina è Washington, non Bruxelles.
  • L’Ucraina rischia di diventare una variabile negoziale, mentre i rapporti di forza emergono come decisivi nel contesto attuale.
  • Il ritorno della forza come criterio ordinatore non implica solo il conflitto tra potenze, ma una ristrutturazione degli interessi globali.
  • Fukuyama avverte che il vero rischio per l’America è l’autodanneggiamento interno, influenzando negativamente anche la stabilità europea.

Trump, Putin, Xi e i nuovi equilibri della potenza globale

Cambiando l’ordine dei fattori geopolitici, cambia anche il risultato storico. È questa la logica che sembra guidare i nuovi equilibri della potenza globale: Washington, Mosca e Pechino si parlano da grandi potenze, mentre l’Europa rischia di scoprire troppo tardi di essere diventata più oggetto che soggetto della storia.

I nuovi equilibri della potenza globale si formano dentro crisi diverse ma collegate: Ucraina, Taiwan, Iran, energia e sicurezza internazionale. Non si tratta di episodi isolati, ma di tasselli di una stessa trasformazione storica.

La frase pronunciata da Sergey Lavrov non è soltanto una notizia diplomatica. È un segnale politico. Secondo il ministro degli Esteri russo, le comunicazioni tra Vladimir Putin e Donald Trump si svolgerebbero in uno spirito “amichevole” e di “reciproco rispetto”.

Lavrov ha anche richiamato presunti principi discussi ad Anchorage, in Alaska, presentandoli come una cornice ancora da completare.1 La formula va letta con cautela: è la narrazione russa di un processo negoziale opaco, non una prova indipendente dell’effettivo contenuto dei colloqui.

Ma proprio per questo è politicamente significativa. Mosca vuole comunicare che il vero tavolo della crisi ucraina non passa anzitutto da Bruxelles, né necessariamente da Kiev, ma da Washington.

Nello stesso tempo, sull’altro fronte del sistema mondiale, Donald Trump incontra Xi Jinping a Pechino. Secondo Reuters, nel vertice sono entrati dossier centrali come Iran, Stretto di Hormuz, Taiwan, commercio, energia e rapporti sino-americani. Il confronto ha mostrato un’apparente disponibilità al dialogo, ma anche la persistenza di divergenze profonde su Taiwan, Iran e sicurezza globale.2

I nuovi equilibri della potenza globale non nascono da una conferenza solenne. Nessun trattato universale li proclama, nessuna dottrina compiuta li organizza.

Prendono forma nei fatti. Mosca e Washington discutono dell’Ucraina. Washington e Pechino trattano su Iran, energia, Taiwan e commercio. L’Europa commenta, protesta e ammonisce, ma fatica ancora a incidere sugli eventi

Il ritorno dei rapporti di forza globali

Per trent’anni l’Occidente ha creduto che la globalizzazione avrebbe addolcito la storia. Il mercato avrebbe reso le guerre irrazionali, le interdipendenze economiche avrebbero disciplinato le ambizioni imperiali, le istituzioni internazionali avrebbero contenuto la forza.

Oggi quello schema appare consumato. La Russia ragiona in termini di profondità strategica, confini di sicurezza e riconoscimento della propria sfera d’influenza.

La Cina ragiona in termini di riunificazione nazionale, controllo delle rotte, autonomia tecnologica e proiezione globale.

Gli Stati Uniti, sotto Trump, sembrano agire sempre meno come guida morale dell’Occidente e sempre più come potenza negoziale: cercano risultati, concessioni e vantaggi misurabili.

È dentro questa trasformazione che prendono forma i nuovi equilibri della potenza globale, dove principi, interessi e rapporti di forza tornano a intrecciarsi in modo sempre più esplicito.

In questa logica, l’Ucraina rischia di non essere più soltanto il luogo della resistenza all’aggressione russa. Rischia di diventare una variabile del negoziato.

Non perché il suo destino sia moralmente secondario, ma perché nel linguaggio brutale delle grandi potenze ciò che conta non è la giustizia in sé, ma il rapporto di forza che riesce a sostenerla.

Il dato più tragico arriva da Kiev. Secondo Reuters, un attacco russo contro un edificio residenziale della capitale ucraina ha causato almeno 24 morti, tra cui tre bambini, secondo le autorità ucraine.3

Mentre si parla di negoziati, la guerra continua a produrre distruzione reale, lutti reali, città reali colpite nel cuore della notte.

L’Ucraina come variabile negoziale

La parola più dura sarebbe “sacrificabile”.

Bisogna usarla con prudenza, perché nessuno dovrebbe mai considerare sacrificabile un popolo.

E tuttavia, nel vocabolario della geopolitica, un territorio, una sovranità, una resistenza possono diventare oggetto di scambio quando le potenze che contano decidono che il prezzo della guerra è ormai superiore al prezzo della pace.

L’Ucraina ha combattuto anche per l’Europa. La sua resistenza ha difeso il principio secondo cui i confini non possono essere cambiati con la forza e ha impedito che la Russia ottenesse rapidamente ciò che voleva.

In questo modo, la resistenza ucraina ha imposto a Mosca un prezzo militare, politico ed economico altissimo.

Ma ora il rischio è che proprio l’Europa, pur avendo sostenuto Kiev, non abbia la forza politica, militare e diplomatica per impedire che altri decidano i termini della pace.

Se Washington e Mosca negoziano direttamente, e se Pechino si propone come potenza indispensabile su Iran, Hormuz e stabilità globale, l’Europa può trovarsi davanti a un paradosso storico: aver pagato una parte rilevante del costo politico ed economico della guerra, senza poter scrivere davvero il capitolo finale.

Tucidide e la grammatica antica della potenza

Per comprendere i nuovi equilibri della potenza globale può essere utile tornare a Tucidide. Nella Guerra del Peloponneso, lo storico greco descrive il conflitto tra Atene e Sparta non soltanto come una guerra tra città, ma come lo scontro tra una potenza in ascesa e una potenza dominante impaurita dal proprio declino relativo.

La trappola di Tucidide

Da qui nasce quella che molti studiosi chiamano oggi “trappola di Tucidide”: il rischio che la crescita di una nuova potenza renda altamente probabile lo scontro con la potenza già dominante. Graham Allison ha reso celebre questo concetto e molti analisti lo applicano spesso al rapporto tra Stati Uniti e Cina.4

Da qui nasce quella che molti studiosi chiamano oggi “trappola di Tucidide”: il rischio che la crescita di una nuova potenza renda altamente probabile lo scontro con la potenza già dominante.

Graham Allison ha reso celebre questo concetto; oggi molti analisti lo usano per interpretare il rapporto tra Stati Uniti e Cina.

Washington teme l’ascesa tecnologica, militare ed economica di Pechino; Pechino considera il contenimento americano come un ostacolo alla propria piena affermazione storica.

Il progetto della Harvard Kennedy School dedicato alla “Thucydides Trap” ha identificato sedici casi storici di rivalità tra potenza emergente e potenza dominante, dodici dei quali sfociati in guerra.

È un dato suggestivo, ma non va letto come una legge meccanica della storia.

La storia non è matematica pura. Non esiste una formula che renda inevitabile la guerra tra Stati Uniti e Cina.

Il valore di Tucidide non sta nel predire fatalisticamente il conflitto. Sta nel ricordare che la politica internazionale è spesso mossa da tre forze elementari: paura, interesse e prestigio.

Paura, interesse e prestigio

Paura della perdita di sicurezza. Interesse per rotte, energia, tecnologia, mercati e territori. Prestigio come riconoscimento della propria posizione nel mondo.

Russia, Cina e Stati Uniti si muovono dentro questa grammatica. La Russia cerca profondità strategica e riconoscimento di una propria sfera d’influenza.

La Cina vuole essere trattata non più come potenza emergente, ma come potenza pari. Gli Stati Uniti oscillano tra difesa del primato e negoziazione selettiva dei propri interessi.

Il limite europeo davanti agli equilibri geopolitici globali

L’Europa, invece, sembra ancora parlare il linguaggio delle regole mentre gli altri parlano quello della forza.

Non perché le regole siano inutili, ma perché senza potere politico, militare, industriale e tecnologico le regole rischiano di diventare invocazioni morali più che strumenti efficaci.

Tucidide non ci insegna che la guerra sia inevitabile.

Ci insegna qualcosa di più inquietante: quando paura, interesse e prestigio guidano la politica internazionale, le grandi potenze tendono ad ascoltare meno chi non dispone di forza sufficiente.

È esattamente il rischio dell’Europa: avere ragione sul piano dei principi, ma non avere abbastanza peso sul piano della decisione.

Meloni e il limite della fedeltà atlantica

Dire che Giorgia Meloni “ha sbagliato” sarebbe una formula troppo semplice. La questione è più complessa. Non si tratta di negare la coerenza della sua linea atlantica sull’Ucraina.

Si tratta di chiedersi se quella linea sia bastata a garantire all’Italia e all’Europa un peso reale nel momento decisivo.

La risposta, oggi, appare problematica.

Meloni ha cercato di costruire un rapporto privilegiato con l’America trumpiana, presentandosi come possibile ponte tra Washington e Bruxelles.

La scelta di Meloni aveva una sua logica politica: se gli Stati Uniti restano il principale garante della sicurezza europea, mantenere un canale forte con la Casa Bianca può apparire una necessità, non solo una preferenza ideologica.

Ma la politica di potenza segue una logica più dura.

Nella politica di potenza non basta essere leali: bisogna essere necessari.

Se Trump tratta direttamente con Putin, e se il baricentro del confronto globale si sposta verso l’asse Washington-Pechino, il ruolo italiano rischia di ridursi a quello di alleato fedele ma non determinante.

Il limite, dunque, non è necessariamente nella scelta di sostenere Kiev. Il limite è nell’eventuale illusione che la fedeltà atlantica, da sola, basti a produrre influenza.

Per un Paese come l’Italia, e per l’Europa nel suo insieme, la domanda diventa allora inevitabile: essere dalla parte giusta basta, se poi non si ha la forza di incidere sulle decisioni?

Draghi e la diagnosi europea sugli assetti della potenza mondiale

Mario Draghi ha colto con lucidità il nodo europeo: competitività, industria, tecnologia, energia, difesa comune, investimenti. 5

Il suo rapporto sulla competitività europea ha descritto un continente sotto pressione per produttività debole, costi energetici, ritardo digitale, frammentazione industriale, dipendenze strategiche e necessità di investimenti enormi.

La Commissione europea presenta il rapporto Draghi come una diagnosi su come l’Unione debba adattarsi a un mondo in rapido cambiamento e assicurarsi crescita sostenibile nei prossimi decenni.

Ma il punto è che questa diagnosi arriva quando il mondo si è già mosso.

La Cina ha costruito negli anni una strategia industriale e tecnologica di lungo periodo.

Gli Stati Uniti hanno riscoperto protezionismo, politica industriale e centralità della sicurezza nazionale.

La Russia ha trasformato la guerra in strumento permanente di revisione dell’ordine europeo.

L’Europa, invece, discute ancora di strumenti, procedure, vincoli, compatibilità, maggioranze. Draghi non è in ritardo come uomo.

È in ritardo il sistema europeo, che solo ora sembra accorgersi di non poter sopravvivere come grande mercato senza diventare anche potenza politica.

Il rapporto Draghi, in questo senso, non è solo un documento economico. È una diagnosi strategica.

Dice all’Europa che il tempo della comodità storica è finito. Non basta più essere un mercato ricco, regolato e civile. Bisogna avere energia, tecnologia, difesa, industria, capitale, decisione politica.

Bisogna, in una parola, avere potere.


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Iran, Taiwan, Ucraina: tre crisi nel nuovo ordine mondiale

Iran, Taiwan e Ucraina sembrano crisi separate. In realtà compongono la stessa mappa.

Sono questi dossier — Ucraina, Taiwan e Iran — a mostrare con maggiore chiarezza i nuovi equilibri della potenza globale. Lo Stretto di Hormuz riguarda l’energia, il petrolio, la sicurezza delle rotte e la capacità dell’Iran di condizionare il Golfo.

Taiwan riguarda la sovranità cinese secondo Pechino, la credibilità americana secondo Washington, la sicurezza tecnologica globale per tutti.

L’Ucraina riguarda il futuro dell’Europa, ma anche il rischio che altri attori finiscano per riconoscere alla Russia, formalmente o di fatto, una propria zona d’influenza.

Tre crisi, tre teatri, un unico messaggio: il mondo sta tornando a essere governato da potenze che trattano su territori, rotte, sfere d’influenza, tecnologie e sicurezza.

È il linguaggio del XXI secolo, ma con una grammatica antica.

La novità non è il ritorno della forza.

La forza non è mai scomparsa.

La novità è che la forza torna a presentarsi apertamente come criterio ordinatore dei rapporti internazionali. Le potenze non fingono più di agire soltanto in nome di valori universali.

Parlano di interessi, sicurezza, rotte, energia, semiconduttori, deterrenza, controllo tecnologico.

In questa nuova grammatica, l’Europa appare spesso più preparata a giudicare il mondo che a modificarlo.

Fukuyama e la vera trappola americana

In questo quadro, la riflessione di Francis Fukuyama diventa centrale. La questione non è soltanto la classica “trappola di Tucidide”, cioè il rischio di guerra tra una potenza dominante e una potenza emergente.

Il problema può essere ancora più profondo: l’autodanneggiamento interno dell’America.

Intervistato da Anna Lombardi, Fukuyama ha individuato nel possibile “crollo degli Stati Uniti” la vera trappola del nostro tempo. Non preoccupa soltanto la forza crescente della Cina: pesa anche il rischio che l’America si indebolisca dall’interno, consumata da polarizzazione politica, crisi istituzionale e imprevedibilità strategica.6

La trappola di Tucidide riguarda soprattutto il rapporto tra Stati Uniti e Cina.

Ma la trappola americana contemporanea potrebbe nascere anche da un’altra dinamica: non solo dalla forza crescente di Pechino, ma dalla fragilità interna di Washington.

Se gli Stati Uniti diventano meno prevedibili, l’Europa diventa più fragile.

Se la politica estera americana si trasforma in una serie di transazioni caso per caso, gli alleati non possono più limitarsi ad attendere la protezione del vecchio ordine liberale.

Devono imparare a esistere anche da soli.

La Cina può attendere. Può guadagnare tempo. Può osservare le fratture americane, la polarizzazione interna, la crisi delle istituzioni, la trasformazione della politica estera in negoziazione permanente.

L’Europa, invece, ha meno tempo. La guerra è tornata sul suo continente, mentre la dipendenza energetica ha già mostrato tutta la propria fragilità. La sicurezza europea resta ancora largamente legata alla postura americana e la competizione tecnologica globale rischia di marginalizzare chi non investe con sufficiente rapidità. Per questo il continente non può più permettersi il lusso della lentezza.

La vera domanda, dunque, non è solo se l’America resterà forte. È se l’Europa saprà diventare adulta prima che il vecchio garante americano diventi definitivamente intermittente.

L’Europa tra ricchezza e irrilevanza

Il rischio non è soltanto l’isolamento diplomatico. È qualcosa di più profondo: l’irrilevanza strategica.

L’Europa ha ancora ricchezza, competenze, cultura giuridica, capacità industriale, diplomazia, mercato.

Ha università, imprese, manifattura avanzata, risparmio privato, istituzioni, memoria storica.

Ma fatica a trasformare tutto questo in potere.

L’Europa dispone di una moneta comune, ma non di una piena sovranità fiscale. Le sue istituzioni sono complesse e avanzate, ma non sempre riescono a produrre una decisione politica unitaria.

Sul piano militare, gli eserciti restano nazionali e la difesa europea integrata è ancora incompleta. Anche i valori europei, se non sono sostenuti da strumenti politici, industriali e militari adeguati, rischiano di trasformarsi in principi nobili ma poco efficaci davanti alla forza.

La guerra in Ucraina è stata anche una rivelazione. Ha mostrato che l’Europa può reagire, sanzionare, accogliere profughi, inviare armi, finanziare resistenza.

Ma ha mostrato anche che, senza gli Stati Uniti, la sua capacità di deterrenza resta incompleta.

Ora, se gli Stati Uniti cambiano postura, l’Europa deve scegliere: continuare a essere il commentatore morale della storia oppure diventare soggetto politico della storia.

Questa scelta non riguarda solo Bruxelles. Riguarda Roma, Parigi, Berlino, Varsavia, Madrid. Riguarda la capacità degli Stati europei di capire che nessuno di loro, da solo, ha più la massa critica per sedersi stabilmente al tavolo delle grandi potenze.

Chi pagherà il prezzo del nuovo ordine?

Il nuovo ordine mondiale non sarà necessariamente multipolare in senso armonico. Potrebbe essere multipolare in senso competitivo, instabile, intermittente.

Un mondo in cui le potenze si parlano, ma non per costruire una comunità internazionale: si parlano per delimitare interessi, evitare collisioni dirette, scambiare concessioni, riconoscere rapporti di forza.

In questo mondo, chi non partecipa alla decisione rischia di subirne gli effetti.

L’Ucraina può scoprirlo nella maniera più tragica: vedendo il proprio destino discusso anche altrove, in tavoli dove la sua presenza non è sempre garantita o determinante.

L’Europa può scoprirlo nella maniera più umiliante: accorgendosi che la sua ricchezza non basta, che i suoi valori non bastano, che la sua storia non basta, se non diventano capacità politica.

La linea di Meloni mostra oggi un possibile limite: la vicinanza politica con Washington non garantisce automaticamente centralità negoziale.

Il rapporto Draghi indica una via, ma lo fa quando la crisi europea è già diventata emergenza strategica. L’Ucraina continua a pagare il prezzo della guerra.

Taiwan resta il punto incandescente dell’Asia. L’Iran e Hormuz ricordano che l’energia è ancora geopolitica pura.

Il mondo che si sta formando non è soltanto post-liberale o multipolare. È, in parte, un mondo tucidideo: un mondo in cui paura, interesse e prestigio tornano a organizzare i rapporti tra le grandi potenze.

I nuovi equilibri della potenza globale non aspettano l’Europa. E questa, più che una notizia, è la vera crisi del nostro tempo.


FAQ

Che cosa significa “nuovi equilibri della potenza globale”?

Significa che il potere mondiale non sembra più organizzarsi intorno al solo primato occidentale. Stati Uniti, Cina e Russia si muovono come grandi potenze che trattano su sicurezza, energia, territori, tecnologia e sfere d’influenza.

Perché Ucraina, Taiwan e Hormuz sono collegati?

Perché sono tre punti sensibili dello stesso ordine mondiale. L’Ucraina riguarda la sicurezza europea, Taiwan concentra il confronto tra Stati Uniti e Cina, Hormuz condensa il tema delle rotte energetiche e degli equilibri mediorientali.

Che cos’è la trappola di Tucidide?

La trappola di Tucidide indica il rischio di conflitto tra una potenza dominante e una potenza emergente. Molti analisti la usano oggi per interpretare il rapporto tra Stati Uniti e Cina, ma sarebbe sbagliato considerarla una legge inevitabile della storia.

Perché l’Europa rischia l’irrilevanza strategica?

Perché possiede ricchezza, mercato, competenze e valori, ma fatica a trasformarli in potere politico, militare, industriale e tecnologico comune. Senza questa capacità, rischia di subire decisioni prese altrove.


Nota editoriale

Questo articolo propone una lettura politico-strategica di eventi diplomatici in corso. Le valutazioni espresse distinguono tra fatti riportati da fonti giornalistiche e interpretazioni dell’autore sul loro possibile significato geopolitico.

Fonti

  1. AGI, “Lavrov, rapporto Putin-Trump amichevole e rispettoso”, 15 maggio 2026. ↩︎
  2. Reuters, articoli sul vertice Trump-Xi a Pechino, con riferimento a Iran, Taiwan, commercio, energia e Stretto di Hormuz, 13-15 maggio 2026. ↩︎
  3. Reuters, “Trump suggests deadly Russian strike on Kyiv could set back peace efforts”, 15 maggio 2026 ↩︎
  4. Harvard Kennedy School, Belfer Center, Thucydides’s Trap Case File; Graham Allison, Destined for War: Can America and China Escape Thucydides’s Trap?, 2017. ↩︎
  5. Commissione europea, The Draghi report on EU competitiveness; Mario Draghi, The Future of European Competitiveness, 2024. ↩︎
  6. Anna Lombardi, intervista a Francis Fukuyama, “Il crollo degli Stati Uniti è la vera trappola”, la Repubblica, 15 maggio 2026. ↩︎
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Ludovico Martello
Ludovico Martello
Saggista. Si è laureato in Sociologia presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell'Università degli Studi di Napoli Federico II. Autore di numerosi saggi sul processo di Modernizzazione. E' stato ricercatore a contratto presso la Luiss Guido Carli di Roma, ha insegnato Filosofia della politica, con contratto annuale, presso l'Università degli Studi del Sannio. Cofondatore dei magazine web "PoliticaMagazine.info” e "PoliticaMagazine.it”

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