È morto Ratko Mladić: Srebrenica e le ferite aperte d’Europa

È morto Ratko Mladić, condannato all’ergastolo per il genocidio di Srebrenica. La sua storia e le ferite ancora aperte nei Balcani.

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E’ morto Ratko Mladić, l’ex comandante delle forze serbo-bosniache che scontava l’ergastolo per genocidio, crimini contro l’umanità e violazioni delle leggi di guerra. La sua morte riporta l’attenzione sul massacro di Srebrenica e sulle divisioni che attraversano ancora i Balcani.

E’ morto Ratko Mladić il 27 agosto 2026 mentre si trovava ricoverato all’Aia, nei Paesi Bassi. Aveva 84 anni. Il Meccanismo residuale internazionale delle Nazioni Unite ha confermato la notizia.

Questo organismo ha ereditato le funzioni del Tribunale penale internazionale per l’ex Jugoslavia e continua a occuparsi dei procedimenti legati ai crimini delle guerre jugoslave.

Dopo la morte di Mladić, le autorità olandesi hanno avviato le procedure e le indagini previste dalla legislazione nazionale. La presidente del Meccanismo, la giudice Graciela Gatti Santana, ha inoltre disposto un’inchiesta completa sulle circostanze del decesso e ne ha affidato lo svolgimento al giudice Iain Bonomy.

E’ morto Ratko Mladić, ma la sua scomparsa non chiude il confronto sulla memoria di Srebrenica, sulle responsabilità politiche e militari del conflitto e sui limiti della giustizia internazionale.

Chi era Ratko Mladić

Ratko Mladić iniziò la propria carriera militare nell’Esercito popolare jugoslavo. Durante la dissoluzione della Jugoslavia partecipò inizialmente alle operazioni militari in Croazia.

Il 12 maggio 1992 assunse il comando dello Stato maggiore dell’esercito della Repubblica Serba di Bosnia, conosciuto come VRS. Mantenne il controllo delle forze serbo-bosniache durante la guerra combattuta tra il 1992 e il 1995 e rimase formalmente al comando almeno fino al novembre 1996.

Le forze guidate da Ratko Mladić condussero operazioni militari dirette a conquistare i territori rivendicati dalla leadership serbo-bosniaca e ad allontanare le popolazioni bosgnacche, croate e non serbe.

Il processo internazionale accertò la partecipazione di Mladić a quattro imprese criminali congiunte: la persecuzione delle popolazioni non serbe in diversi comuni della Bosnia ed Erzegovina, la campagna di terrore contro Sarajevo, il genocidio di Srebrenica e la presa in ostaggio di personale delle Nazioni Unite.

Il genocidio di Srebrenica

Nel luglio 1995 le forze serbo-bosniache conquistarono Srebrenica, un’enclave che le Nazioni Unite consideravano un’area protetta.

Dopo la conquista della città, le truppe separarono gli uomini e i ragazzi dalle donne, dai bambini e dagli anziani. Nei giorni successivi uccisero più di 8.000 uomini e ragazzi bosgnacchi, in larga maggioranza musulmani.

Le forze serbo-bosniache allontanarono inoltre circa 30.000 donne, bambini e anziani e li trasferirono verso i territori controllati dal governo bosniaco.

Il Tribunale penale internazionale per l’ex Jugoslavia e la Corte internazionale di giustizia hanno riconosciuto il massacro di Srebrenica come genocidio. Le Nazioni Unite lo considerano la più grave atrocità compiuta sul territorio europeo dopo la Seconda guerra mondiale.

Gli investigatori ricostruirono un sistema organizzato di separazione delle famiglie, detenzione, esecuzione e occultamento dei corpi. Le forze serbo-bosniache trasferirono migliaia di prigionieri nei luoghi scelti per le fucilazioni e ne seppellirono i corpi in fosse comuni.

In seguito, i responsabili disseppellirono molti corpi con mezzi meccanici e li trasferirono in fosse secondarie e terziarie. In questo modo cercarono di nascondere le prove del massacro.

Gli spostamenti provocarono anche la frammentazione dei resti e resero molto più difficile l’identificazione delle vittime.

Ancora oggi gli esperti e le organizzazioni che cercano le persone scomparse continuano a esaminare e identificare i resti ritrovati. Per migliaia di famiglie, Srebrenica non rappresenta soltanto una pagina della storia europea, ma una ferita personale ancora aperta.

L’assedio di Sarajevo e gli altri crimini

La condanna di Ratko Mladić non riguardò soltanto il genocidio di Srebrenica. I giudici accertarono anche la sua responsabilità nella campagna di terrore contro la popolazione civile di Sarajevo.

Durante il lungo assedio della capitale bosniaca, durato quasi quattro anni, l’artiglieria e i cecchini colpirono costantemente la popolazione. Le operazioni militari non interessarono soltanto obiettivi strategici.

I bombardamenti e il fuoco dei cecchini trasformarono strade, abitazioni, mercati, ospedali e altri luoghi pubblici in spazi pericolosi. Migliaia di civili persero la vita e molti altri subirono ferite.

I giudici riconobbero inoltre Mladić colpevole di persecuzione, sterminio, omicidio, deportazione, trasferimento forzato, attacchi illegali contro i civili e presa in ostaggio di appartenenti alle forze delle Nazioni Unite.

Nel 1995 le forze serbo-bosniache catturarono alcuni caschi blu e li utilizzarono per ostacolare gli attacchi della NATO contro obiettivi militari.


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Dalla latitanza alla condanna definitiva

Il Tribunale penale internazionale per l’ex Jugoslavia incriminò Ratko Mladić per la prima volta il 24 luglio 1995. L’ex comandante riuscì però a sottrarsi alla giustizia per quasi sedici anni.

Dopo la guerra visse a lungo senza nascondersi completamente, grazie alla protezione di ambienti militari e nazionalisti. Successivamente entrò in clandestinità, mentre la comunità internazionale aumentava le pressioni sulla Serbia affinché collaborasse alla sua cattura.

Le autorità serbe arrestarono Ratko Mladić il 26 maggio 2011 e lo trasferirono all’Aia il 31 maggio dello stesso anno.

Il processo di primo grado si concluse il 22 novembre 2017. I giudici lo riconobbero colpevole di dieci degli undici capi d’imputazione e gli inflissero la pena dell’ergastolo.

La condanna comprendeva il genocidio di Srebrenica, numerosi crimini contro l’umanità e diverse violazioni delle leggi e delle consuetudini di guerra.

I giudici non accolsero invece l’ulteriore accusa di genocidio relativa ai crimini commessi contro bosgnacchi e croati in alcuni comuni della Bosnia ed Erzegovina. Questa decisione non modificò la condanna per il genocidio di Srebrenica né la pena dell’ergastolo.

L’8 giugno 2021 la Camera d’appello confermò in via definitiva le condanne e la pena.

Negli anni successivi la difesa presentò diverse richieste di liberazione anticipata per ragioni di salute. Il tribunale le respinse e Mladić rimase sotto la custodia delle Nazioni Unite all’Aia fino alla morte.

La durata della sua latitanza mostra anche uno dei limiti della giustizia internazionale: i tribunali possono svolgere i processi soltanto quando gli Stati collaborano concretamente alla ricerca, all’arresto e alla consegna degli imputati.

E’ morto Ratko Mladić, ma la memoria resta contesa

Per le associazioni delle vittime, la morte di Ratko Mladić non modifica i fatti accertati dai tribunali e non diminuisce la gravità dei crimini commessi.

Una parte del mondo politico e culturale serbo e serbo-bosniaco continua invece a presentarlo come un comandante che avrebbe difeso il proprio popolo. Questa interpretazione si scontra con le sentenze internazionali e con le numerose testimonianze raccolte durante i processi.

La contrapposizione dimostra quanto risulti ancora difficile costruire una memoria condivisa delle guerre jugoslave.

Il riconoscimento delle responsabilità individuali non deve trasformarsi in un’accusa collettiva contro un’intera popolazione. Allo stesso tempo, la riconciliazione non può fondarsi sulla negazione dei crimini, sulla rimozione delle vittime o sulla celebrazione delle persone che la giustizia ha condannato.

Nel 2024 l’Assemblea generale delle Nazioni Unite ha istituito l’11 luglio come Giornata internazionale di riflessione e commemorazione del genocidio di Srebrenica.

La risoluzione ha rafforzato il riconoscimento internazionale delle vittime e ha condannato la negazione del genocidio e la glorificazione dei suoi responsabili. La sua approvazione ha però riacceso tensioni politiche mai completamente superate nella regione.

E’ morto Ratko Mladić, ma la storia di Srebrenica non finisce con lui. La sua morte ricorda all’Europa quanto rapidamente il nazionalismo, la propaganda e la disumanizzazione dell’avversario possano trasformare una crisi politica in persecuzione e violenza organizzata.

Fonti

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