Vincenzo Cuoco e il totalitarismo giacobino

Per gentile concessione dell’autore e della redazione Archivio Storico del Sannio , riceviamo e pubblichiamo volentieri di seguito il saggio del prof. Ludovico Martello Vincenzo Cuoco e il totalitarismo giacobino ( tratto da Archivio Storico del Sannio anno XII n°1 gennaio - giugno 2007 ESI Napoli)

0
331
Vincenzo Cuoco

60 minuti di lettura

Indietro
Successivo

Il giovane avvocato molisano

“Avea allora più metafisica nella mente, più vita nel cuore … – ricorda l’esule Vincenzo Cuoco raccontando i momenti sereni trascorsi a Napoli prima dei tragici avvenimenti del 1799 che di lì a poco avrebbero travolto come in un vortice la sua giovane esistenza – (…) Alle donne – egli rammenta – sembrava strano che si passassero due ore senza parlar di mode, senza dir male, senza fare all’amore. Agli uomini giovani, stranissimo che non si facesse all’amore, non si parlasse di cavalli, non si giocasse. Ai vecchi che si parlasse di queste frivolezze e non della rivoluzione di Fran­cia, che allora bolliva forse più forte, e turbava le menti de’ democratici con false promesse, degli aristocratici con falsi ti­mori, degl’indifferenti colla curiosità di sapere come sarebbe andato il mondo dopo una rivoluzione. Noi non facevamo al­l’amore; credevamo inutile parlar di mode e di cavalli; noioso passar due ore a ripeter sempre “re, fante, donna”; inutile dir male, poiché il mondo non si sarebbe corretto; superfluo parlar della rivoluzione, perché, in ogni caso, tutto poi, senza l’o­pera nostra, si sarebbe accomodato per la meglio”.1

Cuoco non possedeva né l’indole del martire, né quella del carnefice; quindi non poteva fare la Storia. Come tutti coloro che sono dotati di una certa obiettività e di un po’ di buonsenso nel giudicare le cose del mondo, la storia poteva solamente raccontarla. Certo non dalla parte dei carnefici, ma neanche acriticamente dalla parte degli sconfitti. Pervaso di pietà per il sacrificio, forse vano, dei martiri del ’99 napoletano, ma non per questo meno indulgente nel criticare i loro errori e meno determinato nel demolire quel sogno utopico perseguito da tante generazioni di rivoluzionari, che, nel corso dei tempi, le dure repliche della storia hanno puntualmente, in ogni epoca, trasformato in un incubo omicida.

Il giovane avvocato molisano non si era dimostrato certo impaziente di fare come in Francia. Non era animato dal sacro furore palingenetico. Realizzare una brillante carriera forense e dilettarsi due ore al giorno in discussioni metafisiche ed estetiche con i suoi interlocutori preferiti, fra i quali Vincenzo Russo, rappresentavano le massime aspirazioni per le quali circa dodici anni prima, poco più che diciassettene, egli era giunto a Napoli da Civitacampomarano in provincia di Campobasso, dove era nato nell’ottobre del 1770.

Indietro
Successivo

LASCIA UN COMMENTO

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui