Punti chiave
- Franco Cardini discute la necessità di rivedere la storia globale dalla prospettiva delle diverse culture, non solo dell’Occidente.
- Le Indicazioni Nazionali per il curricolo scolastico enfatizzano l’importanza della civiltà occidentale, sollevando interrogativi sulla storiografia tradizionale.
- La storia mondiale non deve essere vista come una successione di poteri, ma come una rete di connessioni tra diverse civiltà e sistemi economici.
- Acharya propone un ordine mondiale multipolare, suggerendo che forme di cooperazione esistevano prima dell’egemonia europea.
- Studiare la storia globale richiede di affrontare come le diverse culture si intersecano e influenzano a vicenda, non per sostituire l’Europa, ma per integrarla in un contesto più ampio.
Dalla centralità dell’Occidente alla storia globale: il dibattito aperto da Franco Cardini interroga la scuola, la storiografia e il nuovo ordine mondiale.
A pochi giorni dall’inizio dell’anno scolastico 2026-2027, Franco Cardini ha rilanciato una questione che va molto oltre i programmi scolastici e riguarda il modo stesso di concepire una storia globale: da quale punto del mondo raccontiamo la storia? [1]
L’intervento dello storico nasce nel clima creato dalle nuove Indicazioni Nazionali per il curricolo del Ministero dell’Istruzione e del Merito, che attribuiscono grande importanza alla formazione della civiltà occidentale. Una frase, soprattutto, ha suscitato discussioni: «Solo l’Occidente conosce la Storia». [2]
Il significato della formulazione è più complesso di quanto possa apparire isolandola dal contesto. Le Indicazioni precisano infatti che ciò non significa affermare che le altre società non abbiano avuto una storia o modi propri per raccontarla. Il riferimento riguarda piuttosto una particolare concezione della storiografia sviluppatasi dalla Grecia antica in poi. [2]
Ma proprio qui comincia il problema posto da Cardini.
È ancora sufficiente questa prospettiva per comprendere il mondo nel quale viviamo?
La storia globale e il predominio dell’Occidente
Per diversi secoli gli europei hanno potuto pensare la storia universale partendo dall’Europa perché l’Europa aveva effettivamente conquistato una posizione dominante.
Dalle esplorazioni oceaniche iniziate da portoghesi e spagnoli alla formazione degli imperi coloniali, fino alla supremazia britannica dell’Ottocento e successivamente a quella degli Stati Uniti, una parte considerevole del pianeta è stata progressivamente inserita in sistemi politici, commerciali e culturali costruiti dalle potenze occidentali. [3]
Anche il modo di raccontare la storia ne è stato inevitabilmente influenzato.
A scuola abbiamo imparato una successione familiare: Grecia, Roma, Medioevo europeo, Rinascimento, scoperte geografiche, Rivoluzione francese, rivoluzione industriale, guerre mondiali, Stati Uniti.
Non è una storia falsa. È una parte essenziale della storia dell’umanità.
Il problema nasce quando questa parte finisce per coincidere con il tutto.
Storia universale e rappresentazione del potere
Esiste probabilmente una relazione profonda tra potere e rappresentazione del passato.
Le civiltà politicamente e culturalmente dominanti tendono a interpretare il mondo partendo dalla propria esperienza.
Roma vedeva il Mediterraneo come il centro dello spazio civilizzato. L’Europa moderna ha progressivamente costruito una rappresentazione del pianeta nella quale la propria espansione diventava uno degli assi principali della storia universale.
Nel Novecento, soprattutto dopo il 1945, questa narrazione si è inevitabilmente intrecciata con l’egemonia degli Stati Uniti.
La storiografia globale degli ultimi decenni ha cercato invece di ampliare la prospettiva, mostrando come le trasformazioni della modernità siano state determinate non soltanto dall’espansione europea, ma anche dalle relazioni economiche, culturali e politiche tra regioni diverse del pianeta. [4]
La storia globale, dunque, non nega il ruolo dell’Occidente. Cerca di inserirlo in una rete di rapporti più ampia.
La storia delle lingue segue quella delle potenze
Anche le lingue aiutano a comprendere questo processo.
Il latino accompagnò per secoli l’eredità romana e cristiana. Spagnolo e portoghese si diffusero insieme agli imperi iberici. Il francese divenne per lungo tempo lingua della diplomazia e delle élite europee.
L’espansione britannica prima e la potenza economica, politica e culturale degli Stati Uniti poi hanno contribuito a trasformare l’inglese nella principale lingua internazionale contemporanea. [5]
Non si tratta di una coincidenza.
Le lingue viaggiano con il commercio, con le amministrazioni, con gli eserciti, con le università, con le tecnologie e con i mezzi di comunicazione.
La storia delle lingue ci ricorda quindi che il potere non occupa soltanto territori.
Produce categorie, gerarchie culturali e modi di vedere il mondo.
Per questo anche il modo nel quale una società racconta la propria storia può essere influenzato dalla posizione che occupa nel sistema internazionale.
La storia globale non è stata una staffetta occidentale
Bisogna però evitare l’errore opposto.
La storia mondiale non può essere rappresentata come una semplice successione nella quale Grecia, Roma, Spagna, Francia, Gran Bretagna e Stati Uniti si passano ordinatamente il testimone del dominio mondiale.
Mentre l’Europa attraversava le proprie trasformazioni, esistevano grandi sistemi politici ed economici in Cina, India, Persia, nel mondo islamico, in Africa e nelle Americhe precolombiane.
L’Impero ottomano controllò per secoli un’area decisiva tra Europa, Asia e Africa. Gli imperi mongoli crearono collegamenti eurasiatici di dimensioni straordinarie. La Cina fu per lunghissimi periodi uno dei maggiori centri economici, tecnologici e culturali del pianeta. [6]
Una vera storia del mondo deve quindi abbandonare l’idea che sia sempre esistito un unico centro dal quale osservare il resto dell’umanità.
Prima dell’egemonia europea esisteva già un mondo connesso
Gli studi di Janet L. Abu-Lughod hanno mostrato, per esempio, l’esistenza già tra XIII e XIV secolo di un vasto sistema di scambi che collegava regioni comprese tra l’Europa nordoccidentale e la Cina. [7]
Questo sistema precedeva la formazione dell’egemonia europea moderna.
Le differenti regioni dell’Eurasia non vivevano quindi isolate. Merci, uomini, conoscenze e tecnologie circolavano attraverso reti commerciali che mettevano in contatto società lontanissime.
Questa prospettiva modifica l’immagine tradizionale di una storia nella quale l’Europa appare come il principale soggetto attivo e le altre civiltà soprattutto come destinatarie della sua espansione.
Una storia globale mostra invece una realtà caratterizzata da numerosi centri economici e culturali collegati tra loro.
Ed è precisamente questo uno dei problemi sollevati da Cardini.
Franco Cardini e una nuova storia del mondo
Nell’intervento ripreso da Tecnica della Scuola, Cardini sostiene che la vecchia prospettiva «occidentalistica» non sia più sufficiente. [1]
Non propone di cancellare la storia europea o italiana. Al contrario, considera indispensabile conoscerne le radici.
Chiede però che quelle radici vengano inserite in un quadro più vasto.
Diventa difficile comprendere il XXI secolo conoscendo dettagliatamente la storia europea e possedendo soltanto informazioni marginali sulla Cina, sull’India, sulla Persia, sull’Africa o sulle civiltà precolombiane. [1]
Cardini arriva così a proporre una «nuova storia sintetica di tutti i popoli della terra», costruita su una solida base geoantropologica e capace di mostrare come civiltà, saperi ed egemonie si siano succeduti e intrecciati nel tempo.
Parla, non casualmente, di una vera e propria «rivoluzione antropologico-didattica». [1]
È probabilmente questo il punto più interessante della sua proposta.
Storia globale: non basta aggiungere capitoli sulla Cina
Una storia globale non può consistere semplicemente nell’aggiungere altri capitoli ai manuali.
Qualche pagina sulla Cina, altre sull’India, una sezione sull’Africa e una sulle civiltà americane rischierebbero soltanto di produrre programmi ancora più vasti e difficili da affrontare.
Occorrerebbe forse cambiare il criterio stesso con il quale organizziamo il racconto.
Accanto alla storia degli Stati e delle guerre potrebbero assumere maggiore importanza le connessioni: le vie commerciali, le migrazioni, la circolazione delle religioni, le epidemie, le tecnologie, le esplorazioni, gli scambi scientifici, le lingue e gli incontri tra civiltà.
È la prospettiva sviluppata da Sanjay Subrahmanyam attraverso il concetto di connected histories: una storia connessa nella quale le vicende delle diverse società non vengono studiate come mondi separati, ma attraverso le loro relazioni. [8]
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Storia connessa: la Via della Seta
La Via della Seta offre uno degli esempi più evidenti di questa impostazione.
Attraverso le reti eurasiatiche è possibile osservare contemporaneamente Mediterraneo, Persia, Asia centrale, India e Cina.
Peter Frankopan ha mostrato quanto questi grandi assi di comunicazione siano stati decisivi per comprendere lo sviluppo economico, politico e religioso di regioni che una storiografia tradizionale tendeva invece a studiare separatamente. [9]
Non circolavano soltanto merci.
Attraverso queste vie si muovevano persone, religioni, conoscenze scientifiche, tecniche, idee e anche malattie.
La storia mondiale appare allora molto meno simile a una successione di civiltà isolate e molto più come una rete di rapporti che cambia continuamente forma.
Questo tipo di lettura consente anche di comprendere meglio l’Europa, perché mostra quanto la sua stessa evoluzione sia stata legata agli scambi con altri mondi.
Storia mondiale e Oceano Indiano
Lo stesso vale per l’Oceano Indiano.
Gli studi di Kirti N. Chaudhuri hanno ricostruito un sistema commerciale che collegava il Mar Cinese, l’Asia sudorientale, l’India, il mondo arabo, l’Africa orientale e il Mediterraneo molto prima che le potenze europee conquistassero il predominio degli oceani. [10]
Anche in questo caso non esisteva un solo centro.
Esistevano porti, città commerciali, reti mercantili e differenti aree politiche che comunicavano tra loro.
Persino la scoperta dell’America appare diversa se osservata non soltanto dal punto di vista di chi arrivò dall’Europa, ma anche da quello delle società che già abitavano quel continente.
La storia delle civiltà, osservata in questa prospettiva, diventa soprattutto storia di incontri, conflitti, scambi e trasformazioni reciproche.
Acharya e una storia mondiale precedente all’Occidente
Non è casuale che Cardini richiami anche il lavoro dello studioso di relazioni internazionali Amitav Acharya.
Il suo The Once and Future World Order: Why Global Civilization Will Survive the Decline of the West, pubblicato negli Stati Uniti nel 2025, è uscito in Italia nel 2026 con il titolo Storia e futuro dell’ordine mondiale. Perché la civiltà globale sopravvivrà al declino dell’Occidente, nella traduzione di Chiara Rizzo e con una prefazione dello stesso Franco Cardini. [11]
Acharya contesta l’idea che l’ordine internazionale sia una creazione esclusivamente occidentale.
La sua ricostruzione attraversa circa cinquemila anni e considera esperienze sviluppatesi nell’antica Sumer, in Egitto, India, Grecia, Mesoamerica, nei califfati islamici, negli imperi eurasiatici e in Africa.
La storia globale prima dell’ordine occidentale
L’idea fondamentale di Acharya è che forme di cooperazione, commercio, diplomazia, interdipendenza e regolazione dei rapporti tra comunità politiche siano esistite molto prima dell’egemonia europea. [11]
La storia globale, in questa prospettiva, mostra che l’ordine internazionale non nasce improvvisamente con l’Europa moderna.
Affonda invece le proprie radici in esperienze molto più antiche e geograficamente diverse.
Il declino relativo dell’Occidente, secondo questa interpretazione, non comporterebbe necessariamente il crollo dell’ordine mondiale.
Potrebbe determinare qualcosa di differente: il ritorno o la formazione di un sistema caratterizzato da più centri politici, economici e culturali.
Questa ipotesi consente di collegare direttamente la riflessione storiografica alla geopolitica contemporanea.
Storia globale e nuovo ordine mondiale multipolare
Per diversi decenni abbiamo interpretato il mondo attraverso un ordine prevalentemente occidentale e, dopo il 1945, fortemente americano.
Oggi Cina, India e numerose potenze regionali reclamano maggiore spazio economico, diplomatico e politico.
Non significa necessariamente che una nuova potenza sostituirà gli Stati Uniti nello stesso ruolo.
Potremmo trovarci davanti a qualcosa di diverso: un mondo senza un unico centro dominante.
È una possibilità che la storia stessa suggerisce.
Prima dell’egemonia europea sono esistiti sistemi internazionali policentrici, con differenti aree economiche e politiche collegate tra loro senza che una sola civiltà controllasse l’intero sistema. [7] [10] [11]
Se questo processo continuerà, anche il modo di studiare la storia dovrà probabilmente adattarsi.
Non perché l’Europa abbia perso importanza.
E neppure perché occorra sostituire un eurocentrismo con un nuovo sinocentrismo, indianocentrismo o qualsiasi altra prospettiva esclusiva.
La vera sfida è precisamente l’opposto.
La storia delle civiltà aiuta a comprendere l’Occidente
Grecia, Roma, cristianesimo, Umanesimo, Illuminismo, rivoluzioni politiche e rivoluzione industriale restano indispensabili per comprendere ciò che siamo.
Ma anche l’Occidente diventa più comprensibile quando viene osservato nelle sue relazioni con gli altri.
La comparazione tra Europa e Asia ha, per esempio, profondamente modificato il dibattito sulle origini della rivoluzione industriale.
Kenneth Pomeranz ha mostrato come ancora nel XVIII secolo alcune delle regioni economicamente più avanzate della Cina presentassero caratteristiche comparabili a quelle delle zone più sviluppate dell’Europa, obbligando gli storici a interrogarsi nuovamente sulle ragioni della successiva «grande divergenza». [12]
Anche questo esempio mostra perché una storia del mondo non dovrebbe essere costruita come semplice giustapposizione di vicende nazionali.
La comparazione permette invece di capire perché determinate trasformazioni siano avvenute in alcune regioni e non in altre.
Studiare il mondo per capire meglio noi stessi
La matematica, la filosofia, le religioni, il commercio, le tecnologie, le migrazioni e persino molte parole delle nostre lingue testimoniano una storia fatta continuamente di incontri.
Per questo la storia globale non dovrebbe cancellare le identità storiche o ridurre l’importanza dell’Occidente.
Dovrebbe, al contrario, comprenderle meglio attraverso le loro relazioni.
Il problema, dunque, non dovrebbe essere decidere se insegnare la storia dell’Occidente oppure la storia del mondo.
Bisognerebbe insegnare entrambe, mostrando come si siano continuamente intrecciate.
Forse la trasformazione più importante del nostro tempo non consiste soltanto nello spostamento della ricchezza o del potere verso nuove regioni del pianeta.
Sta cambiando anche il punto dal quale osserviamo la realtà.
E quando cambia il centro del mondo, prima o poi cambia anche il modo in cui raccontiamo la sua storia.
FAQ
La storia globale studia il passato mettendo in relazione civiltà, economie, migrazioni, religioni, tecnologie e rapporti di potere. Non sostituisce la storia europea, ma la inserisce in un quadro più ampio.
Cardini ritiene che la storia dell’Occidente resti fondamentale, ma che non sia più sufficiente per comprendere il XXI secolo. Cina, India, mondo islamico, Africa e altre civiltà devono essere considerate parte integrante del racconto storico.
No. Significa comprendere meglio l’Occidente attraverso i suoi rapporti con il resto del mondo. Scambi commerciali, migrazioni, religioni, lingue e conoscenze mostrano che le civiltà si sono sempre influenzate reciprocamente.
Potenzialmente sì. Se il sistema internazionale non ha più un unico centro dominante, anche la storia mondiale può essere letta attraverso più prospettive, evitando di considerare una sola civiltà come punto di riferimento permanente.