
L’articolo analizza il concetto di indifferenza come categoria morale, sociale e politica, proponendo una genealogia dell’indifferenza nella modernità e mostrando come essa attraversi la letteratura italiana del primo Novecento, la tradizione giudeo-cristiana e il pensiero critico contemporaneo. A partire da Ossi di seppia di Eugenio Montale e Gli indifferenti di Alberto Moravia, il saggio ricostruisce una genealogia dell’indifferenza nella modernità come forma di distacco che non coincide con la neutralità, ma con una rinuncia alla responsabilità.
Il contributo mette in dialogo poesia, romanzo, teologia e teoria sociale, evidenziando come l’indifferenza diventi, nella modernità, una condizione strutturale che facilita la normalizzazione dell’ingiustizia e la paralisi civica. In conclusione, l’articolo propone una tipologia dell’indifferenza e ne ribadisce il carattere non innocente, sottolineandone la rilevanza per il dibattito etico e politico contemporaneo.
Introduzione
L’indifferenza è una parola apparentemente semplice, ma concettualmente ambigua. Può indicare distacco emotivo, prudente neutralità, meccanismo di difesa oppure, all’opposto, una colpa morale e una forma di complicità politica1. Questo saggio propone una genealogia critica dell’indifferenza nella modernità, tra letteratura, teologia e teoria sociale. Proprio per questa ambivalenza,la genealogia dell’indifferenza nella modernità attraversa discipline diverse — filosofia morale, psicologia, sociologia, storia politica — e generi eterogenei — poesia, romanzo, saggio politico, teologia.
Il Novecento porta il tema in primo piano come cifra dell’esperienza moderna. In questo senso, la genealogia dell’indifferenza nella modernità consente di leggere urbanizzazione, società di massa, burocrazia, anonimato e saturazione informativa creano le condizioni perché il “non prendere parte” diventi una possibilità strutturale, spesso percepita come legittima o addirittura necessaria2. Nel contesto italiano, due opere quasi coeve e profondamente diverse, Ossi di seppia (1925) di Eugenio Montale e Gli indifferenti (1929) di Alberto Moravia3, offrono una rappresentazione paradigmatica di questo fenomeno: da un lato l’indifferenza come figura metafisica del distacco, dall’altro come patologia borghese e paralisi della volontà4.
Definizione e ambito del problema
Per evitare un uso impressionistico del termine, è utile fissare una definizione operativa. All’interno di una genealogia dell’indifferenza nella modernità , l’ indifferenza si intende un atteggiamento di distacco emotivo, morale o cognitivo nei confronti di persone, eventi o valori, caratterizzato dall’assenza di partecipazione, interesse e presa di posizione5.
Sul piano morale, l’indifferenza coincide con la sospensione dell’impegno etico: non tanto l’ignoranza del bene e del male, quanto la rinuncia a considerare tale distinzione rilevante per la propria condotta6. Essa non va confusa con la neutralità, che presuppone consapevolezza dei criteri e controllo del giudizio; l’indifferenza implica invece una vera e propria abdicazione della responsabilità7.
In ambito psicologico, l’indifferenza può assumere la forma di appiattimento emotivo, ritiro difensivo o disimpegno motivazionale, spesso come risposta a stress, trauma o percezione di impotenza8. In prospettiva sociologica e storica, essa diventa una modalità di regolazione passiva che consente la normalizzazione dell’ingiustizia e la persistenza di assetti diseguali senza opposizione attiva9.
Montale: il “male di vivere” e la tentazione del distacco
Nel contesto della genealogia dell’indifferenza nella modernità con Ossi di seppia, Montale rompe definitivamente con la tradizione del poeta-vate e con ogni funzione consolatoria della poesia. Gli “ossi” che danno titolo alla raccolta — residui calcarei abbandonati sulle spiagge liguri — diventano il simbolo di una vita ridotta all’essenziale, inaridita e priva di promesse. Con Ossi di seppia, Montale rompe definitivamente con la tradizione del poeta-vate e con ogni funzione consolatoria della poesia. Gli “ossi” che danno titolo alla raccolta — residui calcarei abbandonati sulle spiagge liguri — diventano il simbolo di una vita ridotta all’essenziale, inaridita e priva di promesse.
Nel celebre componimento sul male di vivere, la sofferenza non conduce a una sintesi pacificata. Le immagini del rivo strozzato, della foglia riarsa e del cavallo stramazzato descrivono un mondo percepito come attrito e impedimento. In questo contesto appare la formula della “divina indifferenza”, che non va letta come ideale etico, bensì come figura-limite: l’idea di una distanza assoluta, sottratta al patire umano, evocata come miraggio di tregua.
Il rifiuto di offrire “la parola che squadri da ogni lato” l’animo umano sancisce l’abbandono di ogni pretesa normativa della poesia. Montale non indica una via; registra una condizione. L’indifferenza, qui, non è soluzione, ma sintomo di una crisi del senso.
Spesso il male di vivere ho incontrato:
era il rivo strozzato che gorgoglia,
era l’incartocciarsi della foglia
riarsa, era il cavallo stramazzato.
Bene non seppi, fuori del prodigio
che schiude la divina indifferenza:
era la statua nella sonnolenza
del meriggio, e la nuvola, e il falco alto levato. (datato forse 1924)
Moravia: l’indifferenza come patologia borghese
Se Montale costruisce una metafisica del disincanto, Moravia mette in scena una vera e propria sociologia narrativa dell’indifferenza. Gli indifferenti ,si colloca pienamente nella genealogia dell’indifferenza nella modernità, descrive una borghesia svuotata di autenticità, prigioniera di convenzioni e incapace di reazione morale.
La famiglia Ardengo funziona come microcosmo simbolico: Mariagrazia e i figli Carla e Michele sono progressivamente sopraffatti da Leo Merumeci, figura di potere predatorio che prospera grazie alla debolezza e alla passività altrui. Michele, in particolare, comprende il pericolo e l’ingiustizia, ma non riesce a trasformare questa consapevolezza in azione. La celebre sequenza “calma mortale; ironia; indifferenza” riassume efficacemente questa paralisi.
Il finale del romanzo — la pistola non caricata — ha valore allegorico: la volontà di reagire esiste, ma è priva degli strumenti necessari. L’indifferenza si manifesta come incompetenza del volere, come incapacità di sostenere il costo della decisione. Il tema tornerà in La noia (1960), dove l’indifferenza è legata alla perdita di rapporto con il reale e alla disintegrazione dell’esperienza.
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Indifferenza e tradizione giudeo-cristiana
Nella tradizione biblica, l’indifferenza non è mai neutra. Essa appare come colpa per omissione e come rottura del legame. La risposta di Caino — «Sono forse io il custode di mio fratello?» — fonda simbolicamente l’indifferenza morale come negazione della responsabilità verso l’altro10.
I profeti denunciano l’indifferenza istituzionalizzata delle classi dirigenti che vivono nella sicurezza ignorando i poveri. Nei Vangeli, l’indifferenza è presentata come scelta consapevole: il sacerdote e il levita vedono l’uomo ferito e passano oltre; il ricco ignora Lazzaro senza maltrattarlo. La condanna è netta: non agire equivale a permettere il male.
Il Libro di Giona offre una riflessione particolarmente incisiva: la disobbedienza del profeta è solo la superficie di un’indifferenza più profonda, ossia il rifiuto della misericordia verso il nemico. Il racconto si chiude con una domanda aperta che interpella il lettore, spostando il giudizio dall’obbedienza formale alla responsabilità morale11.
Modernità e indifferenza strutturale
La distinzione tra indifferenza individuale e indifferenza sociale strutturale è centrale per comprendere la genealogia dell’indifferenza nella modernità, poiché evidenzia il passaggio da un atteggiamento psicologico a una condizione storicamente prodotta.
È necessario distinguere tra indifferenza individuale, psicologicamente possibile in ogni epoca, e indifferenza sociale strutturale, è centrale per comprendere la genealogia dell’indifferenza nella modernità, poiché evidenzia il passaggio da un atteggiamento psicologico a una condizione storicamente prodotta12. Nelle società comunitarie, l’indifferenza sistemica è difficile: l’interdipendenza rende visibili e costosi gli effetti del non partecipare.
La modernità introduce invece condizioni che rendono l’indifferenza più praticabile: anonimato urbano, delega istituzionale, burocrazia, distanza sociale e simbolica. La metropoli induce atteggiamenti difensivi di distacco; il passaggio da comunità a società indebolisce i legami organici13; la responsabilità tende a dissolversi nella procedura. In questo quadro, l’indifferenza non è più solo una scelta individuale, ma una possibilità strutturale.
Tipologia dell’indifferenza
Per chiarezza analitica, si possono distinguere quattro forme principali di indifferenza:
- Morale, come sospensione del giudizio etico e relativismo passivo;
- Civica, come ritiro dallo spazio pubblico e indebolimento del controllo democratico;
- Affettiva, come anestesia empatica e perdita di risonanza emotiva;
- Istituzionale, come riduzione degli individui a variabili procedurali.
Queste forme tendono a sostenersi reciprocamente, rafforzando la normalizzazione dell’ingiustizia.
Gramsci e la critica politica dell’indifferenza
Nel testo Odio gli indifferenti, Gramsci, introduce una svolta decisiva nella genealogia dell’indifferenza nella modernità, formula una delle più radicali accuse morali del Novecento14: l’indifferenza non è apoliticità, ma complicità storica. I processi peggiori non avanzano soltanto per volontà dei potenti, ma per la passività dei molti15.
Il nesso con Moravia è evidente: se lo scrittore descrive l’indifferenza come male privato, Gramsci la denuncia come male pubblico. In entrambi i casi, la struttura è la stessa: rinuncia alla responsabilità e incapacità di sostenere il peso della decisione16.
Conclusione
Il percorso svolto conduce a una tesi netta: l’indifferenza non è neutralità, né innocenza, né equilibrio. È una forma di rinuncia — al giudizio, alla responsabilità, alla presenza — che produce effetti reali sul piano morale, sociale e politico1718.
In una formula: l’indifferenza non è “non fare il male”, ma permettere che il male si faccia19. Per questo, il suo opposto non è l’odio, ma la cura: attenzione, partecipazione, giudizio e responsabilità20.
Note
- Sul concetto di “male di vivere” e sulla funzione simbolica del paesaggio in Ossi di seppia, cfr. E. Montale, Ossi di seppia, Gobetti, Torino 1925; nonché G. Getto, Interpretazioni montaliane, Garzanti, Milano 1966. ↩︎
- L’espressione “divina indifferenza” va intesa non come proposta etica, ma come figura limite di distacco assoluto, irraggiungibile dall’uomo e proprio per questo evocata come miraggio di tregua dal patire. Cfr. C. Segre, Le strutture e il tempo, Einaudi, Torino 1974. ↩︎
- Sul rifiuto della funzione del poeta-vate in Montale e sul superamento del dannunzianesimo, cfr. A. Asor Rosa, Scrittori e popolo, Einaudi, Torino 1965, capp. I–II. ↩︎
- A. Moravia, Gli indifferenti, Alpes, Milano 1929; ed. di riferimento: Bompiani, Milano 2017. Sul valore metaforico della famiglia Ardengo come microcosmo sociale, cfr. E. Siciliano, Moravia, Laterza, Roma-Bari 1982. ↩︎
- La celebre sequenza “calma mortale; ironia; indifferenza” sintetizza efficacemente l’inettitudine morale del personaggio di Michele ed è spesso interpretata come cifra dell’indifferenza borghese tra le due guerre. Cfr. G. Ferroni, Storia della letteratura italiana. Il Novecento, Einaudi, Torino 1991. ↩︎
- Sul rapporto tra noia e indifferenza in Moravia, cfr. A. Moravia, La noia, Bompiani, Milano 1960; e G. Debenedetti, Il romanzo del Novecento, Garzanti, Milano 1971. ↩︎
- Per una definizione filosofico-morale dell’indifferenza come sospensione dell’impegno etico e non come neutralità, cfr. H. Arendt, La vita della mente, il Mulino, Bologna 1987, spec. vol. I. ↩︎
- Sul concetto psicologico di emotional blunting e sul disimpegno motivazionale, cfr. A. Bandura, Moral Disengagement, Worth Publishers, New York 2016. ↩︎
- Per una lettura sociologica dell’indifferenza come normalizzazione e assuefazione, cfr. Z. Bauman, Modernità e Olocausto, il Mulino, Bologna 1992. ↩︎
- Sul tema dell’indifferenza come colpa per omissione nella Bibbia, cfr. Gen 4,9; Am 6,1–6; Ez 16,49; Lc 10,30–37; Lc 16,19–31; Ap 3,15–16. Per un inquadramento teologico, cfr. J. B. Metz, La fede nella storia e nella società, Queriniana, Brescia 1977. ↩︎
- Sul Libro di Giona come critica dell’indifferenza morale e del particolarismo etico, cfr. P. Trible, Rhetorical Criticism: Context, Method, and the Book of Jonah, Fortress Press, Philadelphia 1994. ↩︎
- Sulla distinzione tra indifferenza individuale e indifferenza strutturale nelle società moderne, cfr. G. Simmel, “Le metropoli e la vita dello spirito” (1903), in Saggi di sociologia, Comunità, Milano 1968. ↩︎
- Per il passaggio da Gemeinschaft a Gesellschaft e le sue conseguenze sui legami sociali, cfr. F. Tönnies, Comunità e società, Edizioni di Comunità, Milano 1963 (ed. orig. 1887). ↩︎
- A. Gramsci, “Odio gli indifferenti”, in La città futura, 1917; ora in Scritti politici, a cura di P. Spriano, Editori Riuniti, Roma 1975. ↩︎
- Sulla lettura dell’indifferenza come complicità storica e non come apoliticità, cfr. N. Bobbio, Politica e cultura, Einaudi, Torino 1955 ↩︎
- Per la “banalità del male” come effetto di assenza di pensiero critico, cfr. H. Arendt, La banalità del male. Eichmann a Gerusalemme, Feltrinelli, Milano 1964. ↩︎
- Sul rapporto tra indifferenza, rivolta e responsabilità in Camus, cfr. A. Camus, La peste, Bompiani, Milano 1947; L’uomo in rivolta, Bompiani, Milano 1951. ↩︎
- Sull’indifferenza come prodotto dell’omologazione culturale, cfr. P. P. Pasolini, Scritti corsari, Garzanti, Milano 1975; Lettere luterane, Garzanti, Milano 1976. ↩︎
- Per la critica dell’indifferenza verso la verità e il metodo critico nella democrazia, cfr. K. Popper, La società aperta e i suoi nemici, Armando, Roma 1974. ↩︎
- Sul ruolo dell’attenzione come antidoto all’indifferenza, cfr. S. Weil, Attesa di Dio, Adelphi, Milano 1984 ↩︎
