Punti chiave
Questa sezione è stata elaborata con il supporto dell’intelligenza artificiale e successivamente sottoposta a revisione editoriale. Le informazioni sono presentate a scopo di sintesi e approfondimento.- La guerra in Ucraina ha radici complesse che risalgono alla fine della Guerra fredda e al rapporto tra Russia e allargamento NATO.
- L’Europa centrale cercava sicurezza nell’Unione Europea e nella NATO, mentre la Russia attraversava una difficile transizione politica sotto Gorbačëv e El’cin.
- L’allargamento della NATO ha generato insicurezza in Russia, accentuando il suo timore di accerchiamento, mentre per i Paesi dell’Europa orientale rappresentava sicurezza contro la Russia.
- La crescita della NATO è stata fatta percepire da Mosca come una minaccia, mentre i Paesi ex sovietici la vedevano come una protezione da possibili aggressioni russe.
- La mancanza di un accordo chiaro su quale ordine europeo sostituire quello della Guerra fredda ha contribuito alla crisi attuale e alla guerra in Ucraina.
La guerra in Ucraina non nasce il 24 febbraio 2022. Per comprenderne le radici bisogna ricostruire il rapporto tra Russia e allargamento NATO e tornare alla fine della Guerra fredda, quando la caduta del Muro di Berlino sembrò aprire la possibilità di costruire un ordine europeo completamente nuovo.
In quel momento non era ancora scritto quale Europa sarebbe nata.
L’Unione Sovietica di Michail Gorbačëv stava rinunciando alla contrapposizione che aveva diviso il continente. La Germania si avviava verso la riunificazione. Il Patto di Varsavia sarebbe presto scomparso. Pochi mesi dopo sarebbe scomparsa anche l’URSS.
Trent’anni più tardi, invece, la Russia e l’Occidente sarebbero tornati a considerarsi avversari e la guerra sarebbe nuovamente esplosa nel cuore dell’Europa.
Come si arrivò da un’estremità all’altra?
La risposta non può essere ridotta a una sola causa.
Non basta l’allargamento della NATO. Vladimir Putin, da solo, non spiega questa trasformazione. Né sono sufficienti l’Ucraina, l’energia o la progressiva crisi dei rapporti tra Russia e Stati Uniti.
Due trasformazioni dopo il 1989
Per comprendere questa storia occorre seguire contemporaneamente due trasformazioni.
Da una parte l’Europa centro-orientale, uscita dal dominio sovietico, cercava nell’Unione europea e nella NATO prosperità, appartenenza occidentale e soprattutto sicurezza. È uno dei processi che abbiamo ricostruito nel dossier di PoliticaMagazine Europa dopo il 1989: economia, NATO e ritorno della geopolitica.
Dall’altra la Russia passava dall’apertura di Gorbačëv alla difficile transizione di Boris El’cin e infine alla concezione dello Stato, della sovranità e della potenza incarnata da Vladimir Putin.
Tra queste due traiettorie si collocò per molti anni la Germania di Angela Merkel, convinta che dialogo, commercio e interdipendenza potessero continuare a legare la Russia all’Europa anche quando la distanza politica diventava sempre maggiore.
È dall’incontro — e poi dallo scontro — tra queste due traiettorie che emerge uno dei grandi problemi geopolitici dell’Europa contemporanea: il rapporto tra Russia e allargamento NATO e quella che a Mosca sarebbe stata progressivamente rappresentata come la paura dell’accerchiamento.
Gorbačëv e l’Europa che sembrava possibile
Nel 1989 Michail Gorbačëv non immaginava necessariamente un’Europa nella quale la Russia sarebbe rimasta separata dall’Occidente da una nuova linea di divisione.
La sua idea della “casa comune europea” presupponeva piuttosto il progressivo superamento della logica dei blocchi.
Era una visione profondamente legata alla perestrojka e alla convinzione che l’Unione Sovietica potesse modernizzarsi riducendo la contrapposizione militare con l’Occidente.
La caduta del Muro sembrò confermare questa possibilità.
Ma proprio allora si aprì la questione che avrebbe attraversato i decenni successivi: quale sistema di sicurezza avrebbe sostituito quello della Guerra fredda?
La NATO sarebbe sopravvissuta?
Si sarebbe trasformata?
Sarebbe nata una struttura paneuropea nella quale anche Mosca avrebbe trovato una collocazione stabile?
Oppure l’Alleanza Atlantica, sopravvissuta al Patto di Varsavia, si sarebbe progressivamente allargata verso Est?
Nel 1989 nessuna di queste possibilità era ancora inevitabile.
Russia e allargamento NATO: che cosa fu promesso davvero a Gorbačëv?
Questo è uno dei passaggi più controversi dell’intera storia.
Durante i negoziati sulla riunificazione tedesca, esponenti occidentali formularono ai dirigenti sovietici diverse rassicurazioni politiche sulle conseguenze strategiche dell’unificazione della Germania.
Il 9 febbraio 1990 il segretario di Stato americano James Baker discusse con Gorbačëv l’ipotesi di una Germania riunificata nella NATO, utilizzando la celebre formula “one inch eastward”.
I documenti diplomatici successivamente declassificati dal National Security Archive mostrano che il futuro assetto della sicurezza europea fu effettivamente discusso nei colloqui tra dirigenti occidentali e sovietici.
Rassicurazioni diplomatiche e obblighi giuridici non sono la stessa cosa.
9 febbraio 1990
Allargamento della NATO: rassicurazioni politiche e obblighi giuridici
È però necessario distinguere due piani.
Le rassicurazioni politiche e le aspettative diplomatiche non equivalgono a un trattato internazionale che vietasse per sempre l’allargamento della NATO all’Europa orientale.
Il trattato “Due più Quattro” del 12 settembre 1990 regolò la riunificazione tedesca e importanti questioni militari riguardanti soprattutto il territorio dell’ex Germania Est. Il testo del trattato depositato presso le Nazioni Unite consente di distinguere ciò che venne formalmente sottoscritto dalle più ampie discussioni politiche di quei mesi.
Il trattato non attribuì all’Unione Sovietica — e successivamente alla Russia — un diritto permanente di veto sull’eventuale ingresso nella NATO di Polonia, Ungheria, Cecoslovacchia o degli altri Stati dell’Europa orientale.
È quindi possibile sostenere contemporaneamente due cose senza contraddirsi.
Mosca può sostenere di aver ricevuto assicurazioni politiche durante la fine della Guerra fredda; non esiste però un trattato del 1990 che attribuisse alla Russia un diritto di veto permanente sull’adesione alla NATO dei Paesi dell’Europa orientale.
Questa distinzione tra aspettative politiche e obblighi giuridici è essenziale per comprendere il successivo confronto tra Russia e allargamento NATO.
La Russia dopo la scomparsa dell’Unione Sovietica
Nel dicembre 1991 scomparve l’URSS.
Per l’Occidente fu soprattutto la conclusione della Guerra fredda.
Per molti russi l’esperienza fu molto più complessa.
Scompariva uno Stato che, con tutti i suoi problemi e le sue contraddizioni, era stato una delle due superpotenze mondiali. Milioni di cittadini sovietici si ritrovarono improvvisamente fuori dai confini della Federazione Russa.
La Russia perse territori, popolazione, profondità strategica, influenza politica e una parte enorme della capacità di condizionare gli equilibri europei.
Gorbačëv, celebrato in larga parte dell’Occidente come l’uomo che aveva contribuito pacificamente alla conclusione della Guerra fredda, sarebbe rimasto una figura molto più controversa in Russia.
La memoria collettiva russa avrebbe associato gli anni della dissoluzione sovietica non soltanto alla libertà, ma anche alla perdita dello status di grande potenza.
El’cin, la Russia e la debolezza dello Stato
Boris El’cin cercò di trasformare rapidamente la Russia sovietica in una democrazia di mercato inserita nell’ordine economico e politico occidentale.
La trasformazione fu però traumatica.
Privatizzazioni rapidissime, concentrazione della ricchezza, ascesa degli oligarchi, inflazione, impoverimento di una parte della popolazione, crisi istituzionali, guerra in Cecenia e infine il collasso finanziario del 1998 contribuirono a identificare gli anni Novanta, nella memoria di molti russi, con la debolezza dello Stato.
Anche l’immagine pubblica di El’cin contribuì alla percezione di uno Stato indebolito. I suoi problemi con l’alcol furono documentati anche da testimoni occidentali e alcuni episodi pubblici divennero simbolicamente associati alla fragilità della Russia degli anni Novanta.
Ma ridurre la crisi russa all’alcolismo del presidente sarebbe fuorviante: le cause erano economiche, istituzionali, sociali e geopolitiche molto più profonde.
Ed è proprio in questo contesto che maturò la domanda politica alla quale Putin avrebbe successivamente dato una risposta:
come restituire autorità allo Stato russo?
Russia e NATO: quando non si consideravano avversarie
La rottura tra Russia e Occidente non era ancora inevitabile.
Il 27 maggio 1997 NATO e Federazione Russa firmarono a Parigi il Founding Act NATO-Russia..
Il documento contiene un’affermazione che, letta oggi, assume un significato particolare: NATO e Russia dichiaravano di non considerarsi avversarie.
Il Founding Act cercò di trasformare il rapporto tra l’Alleanza Atlantica e Mosca da contrapposizione a consultazione e cooperazione.
Founding Act
Il Founding Act costruiva strumenti di consultazione e cooperazione, ma non attribuiva alla Russia un potere di veto sulle decisioni della NATO.
Il Founding Act mostra quanto fosse ancora aperta, alla fine degli anni Novanta, la definizione del nuovo ordine europeo. Cooperazione tra NATO e Russia e progressivo allargamento dell’Alleanza verso Est convivevano all’interno dello stesso quadro politico.
Quell’equilibrio, tuttavia, sarebbe diventato sempre più difficile da mantenere.
L’allargamento della NATO a Est e l’arrivo di Putin
Il 12 marzo 1999 Polonia, Repubblica Ceca e Ungheria entrarono nella NATO.
Erano tre Paesi appartenuti al sistema strategico sovietico e al Patto di Varsavia.
Per Varsavia, Praga e Budapest l’adesione significava il definitivo ricongiungimento politico e militare con l’Occidente.
Per Mosca il significato poteva apparire opposto: l’Alleanza nata per contenere l’Unione Sovietica continuava a esistere e si avvicinava progressivamente allo spazio che fino a pochi anni prima apparteneva al sistema strategico sovietico.
Con Polonia, Repubblica Ceca e Ungheria, l’allargamento della NATO verso Est smise di essere un’ipotesi e divenne una realtà geopolitica.
Nello stesso anno un personaggio ancora poco conosciuto fuori dalla Russia diventava primo ministro:
Vladimir Putin.
Putin e la Russia: perché El’cin lo scelse
Putin non fu semplicemente “scelto dai russi perché era stato nel KGB”.
La sua ascesa fu molto più complessa.
Aveva servito nel KGB e trascorso alcuni anni a Dresda, nella Germania orientale. Dopo la dissoluzione sovietica entrò nell’amministrazione di San Pietroburgo, quindi raggiunse Mosca e salì rapidamente ai vertici dello Stato.
Nel 1998 divenne direttore dell’FSB.
Nell’agosto 1999 El’cin lo nominò primo ministro e lo indicò pubblicamente come possibile successore.
La documentazione americana declassificata sulla transizione da El’cin a Putin aiuta a ricostruire il passaggio di potere e i rapporti con l’amministrazione Clinton.
Il 31 dicembre 1999 El’cin si dimise e Putin divenne presidente ad interim.
Nel marzo 2000 vinse le elezioni presidenziali.
Putin, la Russia e il ritorno dello Stato
Questo è probabilmente il passaggio politico fondamentale.
Putin non offrì ai russi il ritorno al comunismo. Offrì il ritorno dello Stato.
Alla frammentazione contrappose la centralizzazione.
La debolezza del potere federale lasciò spazio a quella che sarebbe stata definita la “verticale del potere”.
Il primato del Cremlino ridimensionò la capacità degli oligarchi di condizionare lo Stato.
Sul piano internazionale, alla perdita di influenza contrappose il recupero della sovranità e dello status di grande potenza.
Non si trattava semplicemente di restaurare l’Unione Sovietica.
Il progetto politico di Putin combinava centralizzazione del potere, sovranità, nazionalismo statale, memoria storica e recupero della capacità russa di condizionare lo spazio ex sovietico.
Nella visione progressivamente maturata dal Cremlino, l’espansione della NATO a Est diventò uno dei simboli della perdita di influenza e di profondità strategica subita dalla Russia dopo la dissoluzione dell’Unione Sovietica.
Russia e allargamento NATO: l’insicurezza percepita da Mosca
Nel 2004 si verificò il più grande allargamento nella storia della NATO.
Entrarono Bulgaria, Romania, Slovacchia, Slovenia, Estonia, Lettonia e Lituania. La cronologia ufficiale dei Paesi membri della NATO permette di seguire le successive fasi dell’espansione dell’Alleanza.
Per Estonia, Lettonia e Lituania il significato era particolarmente importante: erano state repubbliche dell’Unione Sovietica e vedevano l’ingresso nell’Alleanza come una garanzia contro un possibile ritorno della pressione russa.
È qui che il rapporto tra Russia e allargamento NATO entra in una fase ancora più delicata.
Russia e NATO nel dilemma della sicurezza
Qui emerge in tutta la sua evidenza il dilemma della sicurezza.
La Polonia e le repubbliche baltiche leggevano la propria storia attraverso le occupazioni, le spartizioni, la dominazione sovietica e il timore che la Russia potesse tornare a esercitare la propria influenza.
Mosca osservava invece una struttura militare nata durante la Guerra fredda avanzare progressivamente verso i propri confini.
La stessa trasformazione produceva quindi due interpretazioni opposte della sicurezza europea.
Il rapporto tra Russia e NATO può essere letto anche attraverso un classico meccanismo geopolitico: ciò che aumenta la sicurezza di una parte può aumentare la percezione di insicurezza dell’altra.
DELLA
SICUREZZA
La sicurezza dell’uno può aumentare l’insicurezza percepita dall’altro.
Il dilemma della sicurezza descrive un meccanismo di percezioni e reazioni reciproche: spiega l’escalation strategica, ma non attribuisce automaticamente la stessa responsabilità politica o giuridica alle parti.
Putin, la Russia e l’allargamento NATO
Nel febbraio 2007, alla Conferenza sulla sicurezza di Monaco, Putin rese pubblica in maniera particolarmente netta la critica russa all’ordine internazionale post-Guerra fredda.
Contestò l’unilateralismo, il predominio americano e l’espansione delle strutture militari occidentali.
Il discorso di Monaco non rappresentò l’inizio improvviso di una nuova politica.
Fu piuttosto la dichiarazione pubblica di un cambiamento già maturato.
La Russia di Putin non accettava più l’idea di adattarsi passivamente a un ordine europeo costruito prevalentemente dall’Occidente.
Il rapporto tra Russia e allargamento NATO diventava così parte di una contestazione molto più ampia dell’assetto internazionale nato dopo il 1991.
Russia e NATO: Ucraina, Georgia e il vertice di Bucarest
Il vertice NATO di Bucarest dell’aprile 2008 rappresentò un altro momento decisivo.
Ucraina e Georgia non entrarono nella NATO e non ottennero immediatamente il Membership Action Plan.
Ma la Dichiarazione del vertice NATO di Bucarest del 2008 conteneva un’affermazione politicamente inequivocabile: gli alleati concordavano che Ucraina e Georgia sarebbero diventate membri della NATO.
Dal punto di vista occidentale si ribadiva il principio secondo cui uno Stato sovrano deve poter scegliere autonomamente le proprie alleanze.
Dal punto di vista del Cremlino, la prospettiva dell’allargamento della NATO si spostava verso due Paesi considerati strategicamente molto più sensibili.
Pochi mesi dopo, nell’agosto 2008, scoppiò la guerra tra Russia e Georgia.
Russia e allargamento NATO: perché l’Ucraina è diversa
Per Mosca l’Ucraina non è mai stata soltanto un altro Paese dell’Europa orientale.
Geografia, storia, economia, Mar Nero, Crimea, industria, infrastrutture energetiche, legami familiari e memoria dell’Impero russo e dell’Unione Sovietica attribuiscono all’Ucraina un peso particolare nella visione strategica russa.
Questo aiuta a comprendere perché l’eventuale ingresso dell’Ucraina nella NATO sia stato percepito dal Cremlino in maniera diversa rispetto agli allargamenti precedenti.
Ma comprendere una percezione strategica non significa riconoscere un diritto politico o giuridico.
L’Ucraina è uno Stato sovrano.
E il Founding Act del 1997, sottoscritto dalla stessa Russia, riconosceva il principio della sovranità, dell’integrità territoriale e del diritto degli Stati di scegliere i mezzi con cui garantire la propria sicurezza.
Questa distinzione deve rimanere centrale in qualsiasi analisi del rapporto tra Russia e allargamento NATO.
Russia, NATO e Ucraina: dalla Georgia alla Crimea
Dopo la guerra in Georgia del 2008, la distanza strategica tra Russia e Occidente continuò a crescere, anche se cooperazione, commercio e dialogo non scomparvero.
La vera frattura arrivò nel 2014.
La crisi politica ucraina, la caduta di Viktor Janukovyč, l’annessione russa della Crimea e l’inizio della guerra nel Donbas trasformarono profondamente il rapporto tra Mosca e l’Occidente.
Da quel momento la possibilità di mantenere contemporaneamente integrazione economica e crescente rivalità geopolitica diventò sempre più difficile.
La guerra tornava inoltre ad avere un costo umano diretto. PoliticaMagazine ha affrontato questo aspetto anche raccontando le vittime innocenti della guerra in Ucraina.
Merkel, Putin e i rapporti tra Russia e NATO
Merkel e Putin: due lezioni del 1989
Angela Merkel e Vladimir Putin rappresentano quasi due interpretazioni opposte dello stesso 1989. Entrambi conoscevano direttamente la Germania orientale, ma dalle esperienze dell’Europa divisa sembrano aver tratto conclusioni profondamente diverse.
Angela Merkel
Per Merkel, il superamento della divisione europea dimostrava la forza dell’integrazione, delle istituzioni, del mercato e della cooperazione.
Vladimir Putin
Per Putin, la dissoluzione sovietica mostrava anche che la debolezza dello Stato poteva significare perdita di territorio, influenza, sicurezza e status internazionale.
Merkel e Putin: rispetto politico senza fiducia
Sarebbe sbagliato parlare semplicemente di amicizia tra Merkel e Putin.
È più corretto parlare di conoscenza reciproca e rispetto politico, accompagnati da divergenze sempre più profonde.
Merkel conosceva bene la visione di Putin e Putin aveva davanti una cancelliera che conosceva personalmente il mondo dell’Europa orientale e che avrebbe guidato la Germania per sedici anni.
Dopo la Crimea, Merkel sostenne le sanzioni europee contro Mosca, ma continuò contemporaneamente a mantenere aperti i canali diplomatici.
Era una caratteristica essenziale della sua politica:
deterrenza e dialogo non erano considerati necessariamente incompatibili.
Russia e NATO nella grande scommessa tedesca
La Germania rappresentò più di ogni altro Paese europeo la grande scommessa del continente dopo la Guerra fredda.
L’idea di fondo era che l’interdipendenza economica avrebbe reso la contrapposizione sempre più costosa e quindi sempre meno razionale.
Per anni questa formula sembrò funzionare. Anche quando i rapporti politici peggioravano, gas, commercio, investimenti e rapporti industriali continuavano a legare Germania e Russia.
Ma il problema fondamentale restava irrisolto:
l’interdipendenza economica poteva realmente sostituire un accordo politico sulla sicurezza europea?
È una domanda che si collega a un altro tema affrontato da PoliticaMagazine in La promessa tradita del 1989: dalla libertà globale alla distopia digitale, dedicato alle aspettative nate con la fine della Guerra fredda e alla loro progressiva trasformazione.
La Germania costruì una parte decisiva del proprio modello post-Guerra fredda sull’integrazione economica: legare Russia, industria tedesca e mercati attraverso interessi sempre più interdipendenti.
Energia russa
Gas e materie prime alimentano il sistema produttivo tedesco.
Industria tedesca
Produzione, esportazioni e competitività industriale.
Mercato europeo e globale
Le esportazioni collegano produzione tedesca, Europa e mercati mondiali.
Interdipendenza
Più forti gli interessi reciproci, più alto il costo politico ed economico della rottura.
Mentre cresceva l’integrazione economica con Mosca, la sicurezza tedesca ed europea continuava a poggiare in larga parte sull’Alleanza Atlantica e sulla presenza militare degli Stati Uniti.
L’invasione russa dell’Ucraina mostrò che l’interdipendenza economica, da sola, non era sufficiente a sostituire un accordo politico sulla sicurezza europea.
Merkel, Putin e la crisi tra Russia e NATO
Il 20 agosto 2021 Merkel compì una delle sue ultime visite a Mosca da cancelliera.
Discusse con Putin anche dell’Ucraina e insistette sulla necessità di preservare il formato Normandia e continuare il confronto diplomatico.
Il resoconto ufficiale della visita di Angela Merkel a Mosca permette di ricostruire direttamente la posizione mantenuta dal governo tedesco in quella fase.
L’8 dicembre 2021 Merkel lasciò definitivamente la cancelleria e Olaf Scholz divenne cancelliere.
Meno di tre mesi dopo la Russia avrebbe invaso l’Ucraina su vasta scala.
Russia, Putin e NATO dopo l’uscita di Merkel
È legittimo chiedersi quanto l’uscita di scena di Merkel abbia modificato il contesto politico percepito dal Cremlino.
Ma sarebbe scorretto trasformare questa successione temporale in una spiegazione causale.
I preparativi militari russi erano già in corso mentre Merkel era ancora cancelliera.
La domanda più interessante è quindi un’altra:
quanto pesò, nei calcoli del Cremlino, la scomparsa di un interlocutore europeo che Putin conosceva da sedici anni?
Non abbiamo elementi sufficienti per trasformare questa domanda in una certezza storica.
Possiamo però affermare che con Merkel scompariva dalla scena uno dei leader occidentali che conosceva Putin da più tempo e che aveva cercato di mantenere contemporaneamente pressione economica, deterrenza occidentale e canali diplomatici con Mosca.
Russia, NATO e il crollo dell’ordine post-1989
Con l’invasione russa su vasta scala dell’Ucraina, il 24 febbraio 2022, crollò definitivamente l’idea che l’interdipendenza economica fosse sufficiente a impedire una grande guerra europea.
La guerra non può essere spiegata esclusivamente attraverso il rapporto tra Russia e allargamento NATO.
Ridurre l’invasione a una sola causa significherebbe ignorare le decisioni del Cremlino, l’evoluzione politica della Russia, la concezione putiniana dell’Ucraina, le trasformazioni dello spazio post-sovietico e il diritto degli Stati dell’Europa orientale a determinare autonomamente le proprie alleanze.
Allo stesso modo, cancellare completamente dalla ricostruzione trent’anni di trasformazioni dell’architettura di sicurezza europea impedirebbe di comprendere come Mosca abbia progressivamente interpretato il nuovo ordine continentale.
Spiegare non significa giustificare.
Russia e allargamento NATO: il paradosso dell’accerchiamento
Ed è qui che la storia produce uno dei suoi paradossi più significativi.
Putin ha indicato per anni l’avvicinamento della NATO ai confini russi come una minaccia alla sicurezza della Federazione.
Ma l’invasione dell’Ucraina ha prodotto esattamente l’effetto opposto a quello che Mosca dichiarava di voler ottenere.
Finlandia e Svezia, Paesi caratterizzati da una lunga tradizione di non allineamento militare, decisero di chiedere l’ingresso nella NATO dopo l’invasione.
La Finlandia entrò nell’Alleanza il 4 aprile 2023.
La Svezia il 7 marzo 2024.
La NATO arrivò così a 32 Paesi membri, come mostra la cronologia ufficiale degli allargamenti dell’Alleanza Atlantica.
Una sequenza di percezioni, decisioni e conseguenze che ha trasformato la sicurezza europea.
l’accerchiamento
pressione russa
2022
+ Svezia
si allarga
Accerchiamento NATO: il paradosso strategico
Il paradosso è evidente.
La Russia temeva l’avvicinamento della NATO.
La pressione russa aumentò la percezione della minaccia nei Paesi vicini.
Quella percezione aumentò la domanda di protezione occidentale.
E la guerra contro l’Ucraina contribuì infine a produrre un ulteriore allargamento della NATO.
È la forma quasi perfetta del dilemma della sicurezza:
un’azione intrapresa per aumentare la propria sicurezza può indurre gli altri Stati a reagire, producendo alla fine una situazione percepita come ancora meno sicura.
Russia e NATO: comprendere non significa giustificare
Questo punto è fondamentale.
Ricostruire la percezione russa dell’accerchiamento non significa accettarla come verità oggettiva.
E soprattutto non significa attribuire alla Russia un diritto di veto sulle decisioni degli Stati vicini.
Polonia, Estonia, Lettonia, Lituania e gli altri Paesi dell’Europa centro-orientale non entrarono nella NATO semplicemente perché Washington decise di “spostare” l’Alleanza verso la Russia.
Furono anche quei Paesi a chiedere insistentemente di entrare.
La loro esperienza storica — occupazioni, spartizioni, dominio sovietico e repressione — contribuiva a una percezione della sicurezza diametralmente opposta a quella russa.
Per Mosca, la NATO che avanzava verso Est poteva apparire come una minaccia.
Per Varsavia, Tallinn, Riga o Vilnius, la presenza della NATO rappresentava invece una protezione proprio dalla possibilità che la Russia tornasse a esercitare il proprio potere sulla regione.
Russia e NATO: due paure che si alimentano reciprocamente
Non esiste quindi una sola paura dell’accerchiamento.
Esistono due paure che si alimentano reciprocamente.
La paura russa di perdere profondità strategica.
E la paura dell’Europa orientale di tornare sotto la dominazione russa.
Questo è probabilmente uno degli aspetti più importanti per comprendere l’intera crisi dell’ordine europeo successivo al 1989.
La stessa contraddizione si inserisce oggi in una trasformazione ancora più vasta dell’ordine mondiale, che abbiamo analizzato nell’approfondimento sui nuovi equilibri della potenza globale tra Trump, Putin, Xi e un’Europa sempre più in difficoltà.
Russia e allargamento NATO: il 2022 comincia molto prima del 2022
La guerra in Ucraina non ha una spiegazione monocausale.
in Ucraina
dell’Unione Sovietica
transizione russa
sotto Putin
euro-atlantico
dell’Europa orientale
dell’Ucraina
europea condivisa
È dentro questa storia che va collocato anche il rapporto tra Russia e allargamento NATO.
Per i Paesi dell’Europa orientale, l’espansione dell’Alleanza significava soprattutto sicurezza dopo decenni di dominio sovietico; per Mosca, l’allargamento della NATO verso Est finì invece per rappresentare la progressiva riduzione dello spazio strategico russo.
Russia e NATO da Gorbačëv a Putin
Gorbačëv aveva immaginato che la fine della Guerra fredda potesse aprire una nuova stagione di cooperazione europea.
El’cin cercò di collocare la nuova Russia nell’ordine politico ed economico nato dalla vittoria occidentale.
Putin arrivò progressivamente alla conclusione che la Russia dovesse recuperare sovranità, autorità e potenza per non accettare una posizione subordinata.
I Paesi dell’Europa orientale giungevano contemporaneamente alla conclusione opposta: proprio il ritorno della potenza russa dimostrava quanto fosse stato necessario entrare nella NATO.
Merkel tentò per anni di tenere insieme ciò che stava progressivamente separandosi: deterrenza e dialogo, sanzioni e commercio, NATO e interdipendenza con la Russia.
Alla fine anche quell’equilibrio fallì.
Russia, NATO e la domanda lasciata aperta dal 1989
Forse allora la domanda fondamentale lasciata aperta dal 1989 non è soltanto se l’Occidente abbia saputo gestire la propria vittoria o se la Russia abbia accettato la perdita del proprio impero.
È una domanda ancora precedente:
quale ordine europeo avrebbe dovuto sostituire quello che era appena crollato?
Nel 1997 NATO e Russia dichiaravano ancora di voler costruire insieme un’Europa stabile, pacifica e indivisa.
Undici anni dopo, la NATO dichiarava che Ucraina e Georgia sarebbero diventate membri.
Il 2014 segnò l’arrivo della Crimea.
Nel 2022 seguì l’invasione su vasta scala dell’Ucraina.
Trent’anni dopo la caduta del Muro, quella domanda non aveva ancora trovato una risposta condivisa.
Il Muro era caduto. Ma nessuno aveva realmente concordato quale ordine avrebbe dovuto sostituirlo.
FAQ
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Durante i negoziati del 1990 sulla riunificazione tedesca furono formulate rassicurazioni politiche sulla futura presenza della NATO. Tuttavia, non venne firmato un trattato che vietasse permanentemente l’allargamento della NATO ai Paesi dell’Europa orientale. La distinzione tra rassicurazioni diplomatiche e obblighi giuridici è essenziale per comprendere la controversia.
Putin interpretò la debolezza della Russia degli anni Novanta come una perdita di sovranità, influenza e status internazionale. Il suo progetto puntò quindi sul rafforzamento dello Stato, sulla centralizzazione del potere e sul recupero del ruolo della Russia come grande potenza. In questo quadro, l’espansione della NATO a Est divenne uno dei principali elementi della contrapposizione con l’Occidente.
La guerra in Ucraina non ha una spiegazione monocausale. L’allargamento della NATO è uno degli elementi della crisi tra Russia e Occidente, ma deve essere considerato insieme alla dissoluzione dell’URSS, alla trasformazione politica della Russia, alle paure storiche dell’Europa orientale, alla crescente importanza strategica dell’Ucraina e al fallimento di un sistema di sicurezza europeo condiviso.
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