Mediocre non ha sempre significato scarso: la storia di una parola diventata giudizio morale

Mediocre non ha sempre significato scarso. Dall’aurea mediocritas di Orazio alla rinuncia morale: storia, lingua e politica di una parola.

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Punti chiave

  • L’espressione ‘aurea mediocritas’ evidenzia l’importanza di mantenere un equilibrio tra gli estremi, ma il ‘significato di mediocre’ è cambiato nel tempo, assumendo connotazioni negative.
  • Negli usi contemporanei, la mediocrità si associa spesso all’insufficienza e alla mancanza di cura, distaccandosi dal significato originario di giusto mezzo.
  • L’etimologia delle parole come ‘fortuna’ e ‘mediocrità’ mostra come i significati cambiano nel tempo, influenzati dalla cultura e dalla società.
  • Si rende necessario distinguere la mediocrità dalla normalità, per non disprezzare ciò che è parte della vita quotidiana e dei lavori ordinari.
  • La vera mediocrità emerge quando diventa un sistema che premia l’assenza di responsabilità e accetta la qualità come norma.

Che cosa significa aurea mediocritas e qual è il significato di mediocre? L’espressione latina, resa celebre da Orazio, non indica la rinuncia all’eccellenza né la povertà dello spirito. Indica piuttosto la misura: la capacità di evitare gli estremi, conoscere i propri limiti e agire con equilibrio.

Tuttavia, il significato di mediocre è cambiato profondamente nel tempo. Nell’italiano contemporaneo, infatti, la mediocrità non richiama più il giusto mezzo, ma suggerisce spesso insufficienza, appiattimento, mancanza di cura e rinuncia alla responsabilità.

Ricostruire questa trasformazione significa seguire una vera genealogia della mediocrità: dalle voces mediae1 della lingua latina alla letteratura italiana, da Orazio a Machiavelli, fino alla mediocrità morale e politica del presente.

Le parole che cambiano

Le parole hanno una storia e l’etimologia ci aiuta a ricostruirla. Molte nascono con significati neutri o ambigui: è possibile seguirne il percorso attraverso la letteratura e i dizionari storici.

I linguisti chiamano vox media2, al plurale voces mediae, una parola che in origine non possiede un valore né positivo né negativo. Il suo significato dipende interamente dal contesto.

Gli esperti di etimologia di Una parola al giorno offrono un esempio efficace:

Già forse sappiamo che fortuna in latino è una vox media […]. La fortuna dapprima poteva indicare tanto la buona quanto la cattiva sorte (fortuna secunda o adversa). Ne è base fors, il caso, la sorte, che peraltro è anche padre nientemeno che del nostro forse. Però in italiano, continuando un mutamento già latino, la fortuna si è fatta sorte propizia — tranne che in casi specifici […]. Ma non solo. Infatti, se col ditino scorriamo i significati del termine, ci troviamo anche quello di “tempesta”.

Basta sfogliare i dizionari di qualsiasi lingua per accorgersi che questo fenomeno è universale. Man mano che gli esseri umani parlano, scrivono, recitano e vivono le parole, qualcosa di “mostruoso” avviene, nel senso etimologico del termine: un prodigio imprevedibile, una trasformazione che nessuno avrebbe potuto anticipare.

Fortuna: da Dante a Machiavelli

Ricordo ancora i miei studi giovanili sulla parola fortuna nella letteratura italiana: il concetto dantesco, il suo sviluppo in Boccaccio, le riflessioni di Guicciardini, fino alla trasformazione radicale operata da Machiavelli.3

Per Dante4, nell’Inferno, canto VII, la Fortuna non è puro caso, ma quasi divina Provvidenza. È una “ministra” incaricata di distribuire i beni mondani secondo un ordine superiore, incomprensibile agli uomini.

Per Boccaccio, nel Decameron, la fortuna diventa più laica e mobile: un meccanismo narrativo di imprevisti e rovesciamenti che trascina i personaggi dalla rovina alla salvezza o dalla sicurezza al pericolo. La seconda giornata è costruita interamente su questo schema: situazioni infelici che si risolvono in modo inatteso, oppure fortune che si rovesciano in sventura.

Per Machiavelli, nel capitolo XXV del Principe, la fortuna diventa una forza storico-politica. Machiavelli si chiede “quanto possa la fortuna nelle cose umane e come le si possa resistere”. La sua risposta è che la fortuna domina soltanto una parte degli eventi; l’altra dipende dalla virtù, cioè dalla capacità politica di prevedere, adattarsi e costruire “argini”.

La fortuna, conclude Machiavelli, aiuta i giovani intraprendenti, forti e decisi.

Altre voces mediae

Il modello della vox media si applica a molte altre parole.

Sorte deriva dal latino sors e indicava l’assegnazione casuale, il sorteggio. Ancora oggi diciamo “buona sorte” e “cattiva sorte”.

Ventura significava semplicemente “ciò che deve venire”, senza una connotazione morale. Da qui le espressioni “buona ventura” e “mala ventura”.

Avventura deriva dal latino adventura, cioè “le cose che accadranno”. In origine indicava l’evento inatteso; poi è diventata l’esperienza rischiosa, l’episodio amoroso, la peripezia.

Successo deriva dal latino successus e indicava semplicemente un esito, qualcosa che accade. Resta traccia dell’antica ambivalenza nelle espressioni “buon successo” e “cattivo successo”, anche se l’uso comune ha spinto la parola verso un significato positivo.

Fama può essere buona o cattiva: indica ciò che si dice di qualcuno, la sua reputazione pubblica.

Caso è un evento fortuito, una circostanza non prevista, di per sé né buona né cattiva.

Alcune parole hanno invece compiuto uno scivolamento più netto.

Tempesta: il latino tempestas, legato a tempus, indicava originariamente lo “stato del tempo”. Solo più tardi si è ristretto al significato negativo di burrasca.

Sinistro: all’origine significava semplicemente “che sta a sinistra”. Ha assunto valori negativi, come infausto o minaccioso, per l’antica credenza secondo cui gli auspici provenienti da sinistra erano di cattivo augurio.

Sacro: è un caso più complesso, non soltanto neutro ma ambivalente. Il latino sacer poteva significare “consacrato”, ma anche “maledetto”.

Farmaco: dal greco phármakon, indicava sia il rimedio sia il veleno. Questa ambivalenza resta ancora oggi culturalmente potente.

Significato di mediocre: dal giusto mezzo alla scarsità

Il significato di mediocre non è stato sempre quello attuale. La parola deriva dal latino mediocris, a sua volta collegato a medius, cioè “medio”. In origine indicava ciò che sta nel mezzo fra due estremi.

Negli usi antichi, mediocre poteva indicare semplicemente una condizione intermedia, non necessariamente scadente. Non significava dunque “scarso”, “banale” o “insufficiente”.

Il suo percorso semantico può essere riassunto così:

medio → ordinario → non eccellente → scadente.

Nell’italiano contemporaneo, mediocre è quasi sempre un termine peggiorativo. Se diciamo che uno scrittore è mediocre, non intendiamo “uno scrittore medio”, ma uno scrittore modesto, debole, senza particolare valore.

Il sostantivo mediocrità ha una storia ancora più istruttiva. Orazio5, nelle Odi II, 10, celebra l’aurea mediocritas: non la bassezza, ma il giusto mezzo, la misura, l’equilibrio.

La Treccani registra questo significato antico: “condizione media”, “stato di ciò che si tiene ugualmente distante dai due limiti estremi”.

Per Orazio, le imprese vanno affrontate tenendo conto delle origini più umili e delle vette più alte, ma perseguite secondo canoni che restano a distanza da entrambi gli estremi. Lo sforzo, per produrre un risultato concreto, richiede una valutazione del rischio, la comprensione dei materiali necessari e la stima della fatica umana.

L’homo faber non è un creatore ex nihilo: le sue opere non avvengono per fiat, ma sono lavorate. L’aurea mediocritas è la condizione che meglio si presta a un impegno assiduo, continuo ed efficiente.

Due ricordi personali

Ricordo un episodio della mia gioventù. Stavo costruendo un muro di recinzione insieme a un farmacista italiano emigrato negli Stati Uniti. Io, ventenne, spalavo il più velocemente possibile, ma poi avevo bisogno di riposo, di bere acqua e di ricominciare.

Il mio amico, invece, lavorava per ore intere a un ritmo costante. Conosceva bene ciò che io dovevo ancora imparare: le cose vanno fatte a un ritmo che tenga in considerazione tutti i fattori rilevanti, non soltanto la velocità, ma anche la resistenza, l’equilibrio e la durata.

Questa è l’aurea mediocritas applicata al lavoro manuale.

Un altro ricordo risale agli anni Sessanta, quando cercavo di capire le differenze nei modi di lavorare tra città diverse. Paragonavo il ritmo al banco di un ristorante fast food a New York e a Providence, nel Rhode Island.

Contrariamente a quanto immaginavo, a New York i lavoratori assumevano un ritmo più controllato nelle ore di punta. Quando ne chiesi spiegazione, mi risposero che in una città con quella popolazione, se non rallentavi i movimenti, finivi per sentirti male, tante erano le persone da servire.

Anche in quel caso, la misura non rappresentava un limite: era una forma di intelligenza pratica.


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Il significato di mediocre oggi: dalla misura alla povertà morale

Oggi, il significato di mediocre è profondamente diverso. La mediocrità viene spesso associata all’essere nella media: una persona di media cultura, media statura, media intelligenza, media disposizione; qualcuno che non eccelle, ma rientra nella media statistica.

Tuttavia, se confrontiamo l’aurea mediocritas oraziana con l’uso contemporaneo, la parola racconta un passaggio dalla misura alla povertà morale, dalla normalità alla rinuncia all’eccellenza.

Nel linguaggio contemporaneo, il significato di mediocre6 oscilla tra una descrizione della media, un giudizio di insufficienza e una critica morale o politica.

È utile distinguere tre accezioni.

Mediocrità come misura

È l’equilibrio oraziano, la distanza dagli estremi, la consapevolezza dei propri limiti.

Mediocrità come insufficienza

È la scarsità di qualità, l’appiattimento, la mancanza di cura.

Mediocrità come sistema

È la condizione in cui la mediocrità occupa il comando, diffida del merito, si rifugia nella propaganda della grandezza passata e scambia la normalità con l’assenza di responsabilità.

Il problema nasce quando la mediocrità smette di essere una condizione e diventa un sistema. Quando non si limita a esistere, ma comanda. Quando occupa la politica, l’informazione, la cultura, l’università e il linguaggio pubblico.

Accade allora che chi si distingue venga guardato con sospetto e che chi ripete formule stanche sia premiato come persona “affidabile”.

Significato di mediocre e normalità: una distinzione necessaria

Non bisogna confondere la mediocrità con la vita comune. Una società non può essere composta soltanto da geni, eroi, innovatori o santi. La vita collettiva ha bisogno anche di lavori normali, intelligenze pratiche, competenze silenziose e persone che svolgono con dignità funzioni quotidiane.

Distinguere il significato di mediocre dalla semplice normalità è necessario per non trasformare in disprezzo ciò che appartiene alla vita quotidiana e al lavoro ordinario.

Il problema non è la normalità. Il problema è la normalità senza coscienza di sé, senza responsabilità e senza desiderio di miglioramento.

C’è una sufficienza dignitosa e c’è una mediocrità compiaciuta. La prima regge la vita sociale. La seconda la impoverisce.

Umberto Eco7 metteva a fuoco questa distinzione:

L’uomo mediocre rifiuta di imparare ma si propone di far studiare il figlio. Ora, nel campo dei fenomeni quantitativi, la media rappresenta appunto un termine di mezzo, e per chi non vi si è ancora uniformato, essa rappresenta un traguardo. […] Invece, nel campo dei fenomeni qualitativi, il livellamento alla media corrisponde al livellamento a zero. Un uomo che possieda tutte le virtù morali e intellettuali in grado medio si trova immediatamente a un livello minimale di evoluzione. La “medietà” aristotelica è equilibrio nell’esercizio delle proprie passioni, retto dalla virtù discernitrice della “prudenza”. Mentre nutrire passioni in grado medio e avere una media prudenza significa essere un povero campione di umanità.

Il significato di mediocre nella vita pubblica: il mito della grandezza passata

Una delle forme più insidiose della mediocrità è il rifugio nella grandezza ereditata.

Non parlo di studiosi come Luciano Canfora, che raccontano l’antichità con competenza accumulata in decenni di ricerca. Parlo di un’Italia che ama ricordare Roma, il Rinascimento, l’arte, la letteratura, la musica e la civiltà giuridica: tutto vero, ma spesso usato come alibi invece che come responsabilità.

Citare Cesare, Dante, Michelangelo o Leonardo non basta a rendere grande il presente. Ci fa soltanto capire quanto siamo lontani da quegli esempi di eccellenza.

Peggio ancora, quando la grandezza classica viene trasformata in patrimonio esclusivo di un presunto “Occidente bianco”, essa smette di essere cultura e diventa propaganda identitaria.

La civiltà romana fu mescolanza, dominio, scambio, assimilazione, violenza, diritto, inclusione ed esclusione. Ridurla a un mito razziale significa impoverirla.

Napoli 1799: illuminismo e reazione

La rivoluzione napoletana del 17998 e la breve Repubblica Partenopea offrono un esempio emblematico della tensione tra eccellenza e mediocrità reazionaria.

Da una parte vi era l’illuminismo meridionale, che raggiunse i suoi vertici con Antonio Genovesi, il quale formò la migliore gioventù del Regno delle Due Sicilie. Una patriota come Eleonora de Fonseca Pimentel fondò il Monitore Napoletano, un giornale politico di alto livello.

Dall’altra parte agirono le forze della restaurazione. Il cardinale Fabrizio Ruffo riuscì a organizzare settori popolari rurali, bande armate e ambienti clericali fedeli alla corona nell’Armata della Santa Fede, che risalì la penisola in un conflitto segnato anche da gravi violenze.

In meno di sei mesi, la Repubblica fu costretta a capitolare, il 13 giugno 1799.

Vincenzo Cuoco racconterà poi quella storia nel suo Saggio storico sulla rivoluzione napoletana, contribuendo a diffondere l’idea che le rivoluzioni non possono nascere dall’alto, ma dalla coscienza di un popolo che aspira alla propria dignità.

Il paradosso è che, ancora oggi, una parte dell’immaginario napoletano tende a valorizzare i fasti borbonici: il Teatro San Carlo costruito in dieci mesi nel 1737, le regge, le opere pubbliche come il famoso Albergo dei Poveri dell’architetto Fuga, il primo tratto ferroviario italiano.

Tutto questo merita di essere ricordato, ma senza dimenticare i limiti autoritari e le persistenti strutture sociali gerarchiche di quel sistema. La memoria selettiva diventa così una forma di mediocrità storica: non si studia il passato, lo si usa come consolazione.

Il significato di mediocre nel presente globale

Il fenomeno non riguarda soltanto l’Italia.

Negli Stati Uniti, una parte della cultura MAGA propone un ritorno a una grandezza passata attraverso una forte semplificazione del discorso pubblico: istituzioni percepite come troppo complesse, élite giudicate distanti, progresso vissuto come troppo rapido.

In questa interpretazione, la soluzione proposta è un rafforzamento dell’autorità politica personale. Il rischio è che la competenza venga percepita come sospetta e l’obbedienza come virtù politica.

La Russia richiama spesso la gloria di un passato imperiale mentre la sua economia resta fortemente segnata dalla guerra. La Cina rivendica i propri progressi, ma il trattamento delle minoranze etniche e religiose è stato oggetto di rilievi e critiche internazionali.

In tutti questi casi, il significato di mediocre non coincide con l’assenza di potere. La mediocrità può essere potere esercitato senza responsabilità, senza memoria critica e senza apertura al nuovo.

Una costellazione lessicale

Intorno alla mediocrità ruota una piccola costellazione di parole.

Meschino: dalla povertà materiale alla povertà d’animo.

Sciatto: non soltanto trascurato, ma inadatto alla dignità della forma.

Pedestre: ciò che procede senza slancio, senza altezza, senza invenzione.

Ordinario: può essere normale, ma anche dozzinale.

Pattume: nel linguaggio figurato, ciò che non è soltanto mediocre, ma moralmente degradato.

La lingua, in questo caso, è una diagnosi. Ci mostra che la mediocrità non è mai soltanto mancanza di talento. È spesso mancanza di cura, di altezza, di forma e di responsabilità.

Ivan Il’ič e il significato di mediocre morale

Tolstoj, ne La morte di Ivan Il’ič, offre forse una delle più grandi rappresentazioni della mediocrità morale borghese.

Ivan non è un criminale, non è un mostro e non è un uomo particolarmente malvagio. È qualcosa di più inquietante: un uomo che ha vissuto secondo ciò che gli altri consideravano conveniente, decoroso e rispettabile.

Ha fatto carriera, ha rispettato le forme, ha abitato le convenzioni. Ma davanti alla morte scopre che quella vita, apparentemente riuscita, era vuota.

Il significato di mediocre emerge qui con particolare evidenza: la mediocrità più grave non è non essere geniali, ma non essersi mai chiesti se si stesse vivendo davvero.

Salieri e Mozart: il mediocre e il genio

Un’altra distinzione utile emerge dal confronto tra Salieri e Mozart, almeno nella versione drammatizzata da Peter Shaffer in Amadeus.

Il mediocre soffre il genio perché il genio gli mostra ciò che egli non è. Eppure, a distanza di secoli, continuiamo ad apprezzare la musica di entrambi.

Ci accorgiamo allora che certe distinzioni non toccano necessariamente l’arte, ma altri aspetti della psiche umana: l’invidia, il riconoscimento e il rapporto con i propri limiti.

Significato di mediocre: contro la mediocrità compiaciuta

La mediocrità non va demonizzata quando significa misura, limite e consapevolezza della propria finitezza. Nessuno può eccellere in tutto. Nessuno deve vivere sotto il ricatto permanente della prestazione.

Ma la mediocrità diventa pericolosa quando si fa compiacimento, sistema, potere e ideologia della normalizzazione.

In definitiva, il significato di mediocre non dovrebbe servire a umiliare chi non eccelle, ma a riconoscere quando la rinuncia alla qualità, alla cura e alla responsabilità diventa una regola collettiva.

Una società sana non è quella in cui tutti sono eccezionali. È quella in cui la normalità non soffoca l’eccellenza, la competenza non viene guardata con sospetto, la memoria non diventa propaganda e la vita pubblica non viene consegnata ai mediocri più abili a sembrare autorevoli.

Nanni Moretti, in Caro diario, dice qualcosa che sembra laterale ma non lo è: crede nelle persone, ma non nella maggioranza delle persone.

È una frase malinconica, forse aristocratica, ma tocca un nodo reale. Chi non si adatta alla mediocrità dominante finisce spesso per sentirsi parte di una minoranza: non sociale, economica o ideologica, ma morale. È la minoranza di chi continua a chiedere precisione, serietà, memoria, responsabilità e profondità.9

Note Bibliografiche

  1. Per il concetto di vox media e per il caso di fortuna come parola originariamente ambivalente, cfr. Una parola al giorno, voci “Fortuna” e “Fortunale”. ↩︎
  2. Aristotele, Etica Nicomachea, libro II, cap. 6, sulla virtù come giusto mezzo, da non confondere con una semplice media aritmetica ↩︎
  3. Giovanni Boccaccio, Decameron, Seconda giornata; Niccolò Machiavelli, Il principe, cap. XXV, “Quanto possa la fortuna nelle cose umane e in che modo se le debba resistere”. ↩︎
  4. Dante Alighieri, Inferno, canto VII, vv. 61-96, sul ruolo della Fortuna come ministra dell’ordine provvidenziale. ↩︎
  5. Orazio, Odi, II, 10, in particolare i versi sull’aurea mediocritas, cioè sull’ideale di misura e distanza dagli eccessi. ↩︎
  6. Istituto dell’Enciclopedia Italiana, Vocabolario Treccani, voci “Mediocre” e “Mediocrità”, per l’origine del termine e per il passaggio dal significato di posizione intermedia all’uso moderno, prevalentemente negativo. ↩︎
  7. Umberto Eco, “Fenomenologia di Mike Bongiorno”, in Diario minimo, Milano, Bompiani, 1995, per la distinzione tra medietà qualitativa e livellamento alla media. ↩︎
  8. Vincenzo Cuoco, Saggio storico sulla rivoluzione di Napoli; Anna Maria Rao, La Repubblica napoletana del 1799, per il contesto della Repubblica Partenopea, di Eleonora de Fonseca Pimentel e della restaurazione sanfedista. ↩︎
  9. Lev Tolstoj, La morte di Ivan Il’ič; Peter Shaffer, Amadeus; Nanni Moretti, Caro diario, per i riferimenti finali alla mediocrità morale, al rapporto fra genio e invidia e alla minoranza morale. ↩︎

FAQ

Che cosa significa aurea mediocritas?

L’espressione latina aurea mediocritas, resa celebre da Orazio, significa letteralmente “dorata misura”. Non indica la rinuncia all’eccellenza, ma la capacità di evitare gli estremi, riconoscere i propri limiti e agire con equilibrio, prudenza e responsabilità.

Qual è il significato di mediocre?

Il significato di mediocre non è stato sempre negativo. Derivato dal latino mediocris, il termine indicava originariamente ciò che stava nel mezzo fra due estremi. Nel linguaggio contemporaneo, invece, mediocre indica quasi sempre qualcosa di modesto, insufficiente o privo di particolare valore.

Qual è la differenza tra normalità e mediocrità?

La normalità non coincide con la mediocrità. Una società ha bisogno di persone comuni, competenti e affidabili, capaci di svolgere con dignità funzioni essenziali. La mediocrità diventa invece un problema quando coincide con passività, mancanza di cura, rifiuto del merito e assenza di desiderio di miglioramento.

Quando la mediocrità diventa un problema politico e sociale?

La mediocrità diventa un problema quando smette di essere una condizione individuale e si trasforma in un sistema. Accade quando la competenza viene guardata con sospetto, la memoria storica viene ridotta a propaganda e chi ripete formule semplici viene premiato più di chi studia, argomenta e si assume responsabilità.

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Vittorio Felaco
Vittorio Felaco
Vittorio Felaco è tornato a Napoli dopo molti anni trascorsi negli Stati Uniti d’America attratto dalle sue università e opportunità di impiego. Ha trascorso la maggior parte della sua vita in vari stati dove ha svolto due distinte carriere di professore universitario e traduttore/interprete.

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