Un luogo di memoria politica e personale
La tomba di Bettino Craxi a Hammamet non è soltanto un sepolcro. È un luogo di memoria politica e personale, dove la storia italiana del Novecento continua a interrogare chi arriva fin lì, in silenzio, tra le mura della Medina e il piccolo cimitero che custodisce il ricordo dell’ex presidente del Consiglio socialista.
Visitare la tomba di Bettino Craxi significa entrare in uno spazio sospeso, dove il ricordo personale incontra la storia politica italiana. Non è una visita qualunque. È un cammino breve, ma carico di memoria, di interrogativi e di emozioni difficili da separare dal giudizio storico.
All’ingresso del piccolo cimitero, collocato a pochi passi fuori dalle mura della Medina di Hammamet, ci accoglie un uomo smilzo, dai modi gentili ma non servili. Gli basta un attimo per incrociare i nostri sguardi un poco impacciati e capire perché siamo lì.
«Siete italiani», dice sorridendo. «Venite, vi accompagno alla tomba di Craxi».
Lo seguiamo in silenzio. Pochi metri a destra, poi a sinistra. All’improvviso, dal verde della vegetazione, compare il bianco marmoreo del sepolcro: candido, levigato, quasi abbagliante sotto la luce del sole tunisino.
Sulla lapide verticale sono incisi i dati anagrafici. Più in basso, in orizzontale, sulle pagine di un libro scolpito nella pietra, leggiamo una frase destinata a restare impressa:
«La mia vita equivale alla mia libertà».

Davanti alla tomba di Bettino Craxi
Davanti alla tomba di Bettino Craxi, il giudizio politico sembra sospendersi per un momento. Non scompare, certo. La storia non cancella le responsabilità, non assolve automaticamente, non trasforma la memoria in indulgenza. Tuttavia, in quel luogo, il silenzio costringe a guardare oltre la cronaca immediata, oltre le polemiche, oltre le sentenze definitive che spesso la politica pronuncia prima ancora della storia.
Il marmo riflette la luce del sole. Intanto, dietro gli occhi socchiusi, la memoria proietta immagini televisive, fotografie, ritagli di giornale, ricordi di incontri anonimi e fugaci tra la folla rumorosa dei convegni e dei congressi di partito.
Siamo stati con te dalla “Svolta del Midas“ fino all’uscita coraggiosa e incosciente dal Raphael.
È trascorsa una vita. Forse soltanto un frammento di tempo nella parabola lunga e tormentata del socialismo italiano.
La morte non ci assolve dalle nostre responsabilità politiche. Ci conforta però la certezza che, nonostante errori, colpe e sconfitte, noi socialisti liberali siamo sempre stati dalla parte giusta: dalla parte del rispetto dell’altro, del riscatto degli umili, dell’amore per l’umanità.
Abbiamo combattuto ogni forma di dogmatismo totalitario e omicida. La nostra scelta è stata quella di restare accanto alle vittime, mai nei panni dei carnefici.
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Il custode e il quaderno dei visitatori
«Sapete», dice il custode, interrompendo il flusso dei ricordi, «non solo oggi che è il primo dell’anno, ma ogni giorno vengono decine di visitatori a rendergli omaggio».
La sua voce è rauca, ma ferma. Mentre parla, sembra custodire non soltanto un luogo, ma anche un pezzo di storia italiana rimasto sospeso lontano dall’Italia.
Accanto alla tomba di Bettino Craxi, il quaderno dei visitatori diventa un piccolo archivio emotivo: firme, dediche, parole brevi, segni lasciati da chi è arrivato fin lì per rendere omaggio, per ricordare, forse anche solo per capire.
Il custode si avvicina lentamente a un grosso quaderno. Lo sfoglia con cura, a ritroso nel tempo, attento a non sgualcire le pagine fitte di messaggi, dediche o semplici firme.
A un certo punto si ferma ed esclama, quasi con fierezza:
«Qualche giorno fa è stata qui Stefania».
Ci mostra il messaggio che ha lasciato. Lo leggiamo:
«Ciao papà!»
In quelle due parole, semplicissime e private, la figura pubblica si ritrae. Al suo posto rimangono il padre, il legame familiare, la ferita di chi ha vissuto quella storia nella propria carne, prima ancora che nella memoria politica del Paese.
Memoria politica davanti alla tomba di Bettino Craxi
La tomba di Bettino Craxi resta così un luogo difficile da definire con una sola parola. Non cancella le controversie, non rimuove le fratture, non pretende di chiudere il giudizio storico. Al contrario, obbliga a guardare la storia con maggiore profondità.
Qui la memoria non è soltanto nostalgia. Diventa confronto con una stagione politica italiana segnata da grandi ambizioni, dure battaglie, conquiste sociali, errori, lacerazioni e sconfitte. In quel marmo bianco, nel silenzio del cimitero di Hammamet, si avverte ancora il peso di una vicenda che appartiene non solo alla biografia di Bettino Craxi, ma anche alla storia della Repubblica.
Apponiamo le nostre firme su una pagina ancora bianca. Nessuna dedica. Nessuna frase solenne. Soltanto i nostri nomi.
Poi ci allontaniamo verso l’uscita.
Dopo pochi passi, mia moglie torna improvvisamente indietro. Si avvicina al mausoleo, si china e depone il suo rosario su quella rosa del deserto posta alla base del sepolcro, rivolta idealmente verso l’Italia.
È un gesto silenzioso, intimo, quasi familiare. Non celebra, non assolve, non cancella il passato. Trasforma invece il ricordo in un atto di memoria.
Così si conclude la nostra visita alla tomba di Bettino Craxi: con un rosario lasciato sul marmo, con il sole di Hammamet, con il silenzio di un cimitero che continua a parlare alla coscienza politica italiana.
Perché certi luoghi non chiudono la storia. La tengono aperta.