Robert Michels
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1.1 La biografia politica

Robert Michels (Colonia 1876 – Roma 1936) è lo studioso che può rappresentare il punto di arrivo della prima generazione di elitisti, e questo per le estreme conseguenze teoriche a cui giunge a seguito delle sue riflessioni, ma anche in virtù di quel bagaglio concettuale appreso dai suoi illustri predecessori. Analizzare la sua opera significa addentrarsi in un universo pluridisciplinare costituito dai suoi variegati interessi. Fu economista, sociologo, scienziato politico e storico del movimento operaio e, soprattutto, un intellettuale cosmopolita, padrone di tre lingue, militante socialista in Germania e in Italia, pacifista e libertario in gioventù, ammiratore di Mussolini e uomo d’ordine nella maturità.

Prima di addentrarci nel vivo della riflessione più prettamente elitistica di Michels è opportuno chiarire la sua parabola di militante politico, una parabola che lo condurrà, con un salto non indifferente, dalla convinta militanza giovanile nel socialismo e nel sindacalismo rivoluzionario all’approdo fascista degli anni della maturità.

Tra il 1902 e il 1909 Robert Michels fu innanzitutto un socialista, militante della SPD tedesca dal 1903 al 1907 e soprattutto, e prima ancora, del PSI italiano dal 1902 al 1909. La sua biografia politica si compone schematicamente di tre fasi. La prima si colloca negli anni che vanno dal 1901 al 1903 e vi si manifesta un cauto riformismo sociale1; ad essa segue la fase dell’accostamento ad una netta intransigenza rivoluzionaria, con un’evidente radicalizzazione delle sue posizioni, collocabile negli anni 1903-19052; infine, la terza fase, comprendente il periodo che va dal 1905 al 1907, contrassegnata dall’avanzare della critica sempre più serrata nei confronti delle scelte legalitarie e parlamentari del partito socialdemocratico tedesco3. In realtà, si potrebbe aggiungere una quarta fase, tra il 1907 e il 1910, nella quale Michels fa proprie le categorie del teorema mosco-paretiano, le quali si abbattono come una scure sulle precedenti convinzioni.

Procediamo con ordine. Possiamo definire il giovane Michels come un marxista? Egli stesso si definiva tale, ma il suo era un marxismo più metodologico che ideologico. Ciò che del marxismo lo attraeva era il metodo d’interpretazione della storia e della realtà; del marxismo egli fu soprattutto un “utilizzatore”4. Michels si richiamava esplicitamente alla concezione materialistica della storia, ponendo l’accento soprattutto sul coefficiente economico come strumento di decodificazione delle causalità fenomenologico-storiche.

Nonostante questa impostazione, ed in riferimento al caso tedesco, era convinto che non sempre le forme di dominio coincidessero con una sovrastruttura costituita da rapporti economici di produzione. Il politico poteva essere ed era per lui spesso determinante rispetto all’economico. Il materialismo storico pecca per i medesimi vizi delle proprie qualità in quanto la vita spirituale, le ideologie e la vita politica vengono da esso ridotti a meri riflessi dell’economia. Michels aderisce ad un metodo e non ad una dottrina. Il suo è un marxismo positivistico, ma non deterministico.

E’ con tale bagaglio culturale che Michels si volge al socialismo italiano, che su di lui esercitava una grande attrattiva in virtù della larga presenza tra le sue fila di una vasta schiera di intellettuali e anche per la sua apprezzata componente etica, nutrita da forti dosi di solidarismo e umanitarismo. Egli riteneva il PSI più genuino e intransigente della SPD tedesca, partito minato dalla trasformazione da puro partito di classe in un partito parlamentare di massa di tipo moderno, votato alla competizione elettorale in vista di una partecipazione attiva al governo e della conquista di quote di potere. Agli occhi di Michels (come a quelli di Kautsky, sostenitore di un marxismo ortodosso) tutto ciò costituiva un inaccettabile tradimento e stravolgimento dell’originario carattere rivoluzionario e della tensione ideale che contraddistinse il primigenio volto della SPD5. Per lui la nuova dimensione assunta dal partito era un sintomo della perdita dei “suoi artigli rivoluzionari” e causa della sua trasformazione in “un buon partito conservatore”6.

Un partito operaio a vocazione maggioritaria punta ovviamente all’allargamento della propria base sociale con un’inevitabile annacquamento dell’identità proletaria e del suo carattere rivoluzionario. La conseguenza è l’approdo a tendenze di partito interclassiste e moderate e ad una pratica riformista che sfiora l’immobilismo. Anche e soprattutto per questo, Michels si volse ben presto verso il sindacalismo rivoluzionario, unica oasi puramente e fieramente ostile ad ogni compromesso, antiparlamentare e quindi antilegalitaria. “Il legalitarismo – scrive Michels – è il frutto secco del parlamentarismo.[….] Il socialismo deve forzatamente essere antilegalitario perché le leggi odierne gli sbarrano la via alla vita. To be or not to be. Il socialismo – non esistendo i mezzi legali a rivoluzionare le leggi – ha l’inevitabile dovere di rovesciare illegalmente la legalità esistente. […] Il socialismo non può essere legalitario «sous peine de s’enterrer vif». […] Non si possono cambiare i rapporti sociali – e nemmeno quelli politici – senza ricorrere ad atti illegali. Ma atto illegale vuol dire violenza! Thai is the question!”7

Michels, nell’ottica della sua intransigenza ideologica, scorgeva nel sindacalismo rivoluzionario francese ed italiano quell’energia rivoluzionaria e quella volontà di rigenerazione sociale che stavano fatalmente scomparendo dall’orizzonte teorico e pratico della socialdemocrazia tedesca, teorizzando al contempo la necessità di una strategia apertamente antilegalitaria. “Ogni rappresentanza è sempre tradimento” e “rappresentanza – il male di cui era affetto il socialismo riformista – significa necessariamente corruzione ed imborghesimento.”8 Era fermamente convinto che il sindacalismo potesse ricondurre i partiti socialisti sulla via rivoluzionaria; d’altronde, lo stesso Lagardelle affermava: “Il sindacalismo non nega i partiti, ma solo la loro capacità di trasformare il mondo.”9

Il Michels di questi anni appoggia con entusiasmo queste posizioni, anche violente, ed è completamente agnostico nei confronti del circuito elettorale, è antiriformista, antimonarchico e antimilitarista10. In questa fase, più che Marx, i modelli culturali e politici che si ritrovano in Michels sono ravvisabili in Proudhon e in Bakunin.

Ben presto però verrà meno anche la fede sindacalista; “…non vi ha dubbio – scriverà Michels – che i sindacati subiscono gli stessi pericoli dei partiti politici, perché essi si basano sul medesimo principio fondamentale, vale a dire sul principio della rappresentanza.”11 Il disprezzo per questo concetto si ritrova d’altra parte proprio in Bakunin, in Stato e anarchia, laddove, in relazione alla democrazia rappresentativa, si legge: “…questa nuova forma di Stato, fondata sulla pretesa sovranità di una pretesa volontà del popolo che si suppone espressa da sedicenti rappresentanti del popolo in assemblee definite popolari, riunisce in sé le due principali condizioni necessarie al loro progresso: la centralizzazione dello Stato e la reale sottomissione del popolo sovrano alla minoranza intellettuale che lo governa, che pretende di rappresentarlo e che infallibilmente lo sfrutta.”12

Il distacco definitivo dal socialismo si colloca in un arco di anni che coprono il periodo tra il 1907 e la Prima guerra mondiale, e i motivi che lo causano sono di ordine politico e teorico (l’uscita dei sindacalisti rivoluzionari dal PSI e l’incontro con l’elitismo). Inoltre, egli “scopre la nazione” all’indomani della crisi balcanica del 190813, un punto di rottura per molti socialisti, che passano armi e bagagli nelle fila del nascente movimento nazionalista italiano (per Michels il momento decisivo è rappresentato dal conflitto in Libia).

E’ però lecito chiedersi come mai colui che fino a pochi anni prima aveva professato un rigido internazionalismo e antimilitarismo possa nel breve volgere di qualche anno farsi assertore dell’imperialismo e del nazionalismo. La risposta sta nella crisi di valori del socialismo, che pur aveva fatto entusiasti proseliti solo vent’anni prima. Esso stava infatti perdendo quell’aura eroica e quell’integrità morale che ne avevano costituito i principi fondanti, non riuscendo più ad esercitare quella forza d’attrazione così energica come la aveva avuta in precedenza. Il socialismo del 1910 non è più quello degli inizi; integrato nel sistema rappresentativo-parlamentare, gestisce le sue quote di potere locale e si esercita quotidianamente con il compromesso politico. E’ un passaggio dal mito alla realtà, dalla poesia alla prosa, dall’ideale alla prassi che lascia disgustati gli intellettuali rivoluzionari più idealisti ed intransigenti. Insomma, se l’internazionalismo non può essere vissuto in modo assoluto, meglio volgersi al nazionalismo, avulso da compromessi e fiero assertore di un’etica dell’eroismo e del sacrificio. A questa tendenza Michels non fa eccezione, caso ancor più paradigmatico se si considera che sposa la causa nazionale di un Paese che non è nemmeno il suo, ma che lo sarebbe diventato in seguito.

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