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1.2 Il Michels elitista

I due più importanti studi preparatori della Sociologia del partito politico nella democrazia moderna, il suo lavoro fondamentale, sono L’oligarchia organica costituzionale del 1907 e La democrazia e la legge ferrea dell’oligarchia del 1910.

Ne L’oligarchia organica costituzionale, ormai, i suoi riferimenti, benché permanga in lui la portata della tradizione rousseauiana, anarchica e socialista, sono da ravvisarsi soprattutto nella scuola mosco-paretiana, d’impianto nettamente elitistico. Una teoria, quella dell’élite, situata, in maniera assoluta, fuori dal quadro filosofico dell’idealismo; in effetti, l’élite è un concetto empirico che codifica dei tipi sociali ed è desumibile grazie appunto ad un’analisi sociale, non essendo certo definibile come una categoria dello spirito universale.

La maturazione ideologica e politica di Michels ha fatto sì che i capisaldi ideali di un tempo come il concetto di “volontà del popolo” fossero da lui interpretati come mere finzioni. Egli si va definitivamente convincendo della validità della diagnosi mosco-paretiana circa l’esistenza di un’eterna classe politica, convinzione che di lì a poco lo avrebbe condotto alla formulazione della ben nota “legge ferrea dell’oligarchia”. Come investito da una rivelazione, Michels si libera improvvisamente dai paraocchi che lo avevano accecato sino ad allora e, armato di realismo come non mai, si accinge ad affrontare i temi centrali del pensiero e della teoria elitista: l’indifferenza della maggioranza; la stretta dipendenza di essa da una minoranza organizzata; l’effet de mirage della rappresentanza e della delegazione; le tendenze ereditarie nella trasmissione del potere da parte delle minoranze dominanti; la burocrazia intesa come strumento per la conservazione del dominio; la circolazione delle élites14; gli ostacoli che impediscono l’avvento di una democrazia sostanziale.

Ricalcando analoghe considerazioni già elaborate da Mosca e Pareto, la lotta contro il potere costituito da parte di una classe emergente e giovane, sotto il velo retorico del fine di “…emancipare l’intera società umana dal giogo oppressivo di una piccola minoranza tirannica e dominatrice”15, nasconderebbe in realtà il semplice obiettivo di impadronirsi di quel potere detenuto dall’altrui mani. “Ogni classe nuova che entra in battaglia contro i privilegi di una classe già arrivata al potere (sia economico che politico) inscrive sulla sua bandiera la parola d’ordine: «Rivendicazione del genere umano».”16 Il punto è che, anche qualora il malcontento delle masse riuscisse nell’intento di spodestare una classe dirigente, si troverebbe necessariamente di fronte al bisogno di istituire nel suo seno un’altra minoranza con il compito di adempiere alla funzione di nuova classe dirigente. Con la conseguenza che “…il Governo, o lo Stato, che dir si voglia, sarà sempre l’organizzazione di una minoranza e né può essere l’emanazione della maggioranza, né tampoco rappresentarla, e la maggioranza dell’umanità è, e rimarrà sempre, impossibilitata, e forse anche incapace, a governare sé medesima. Eterna minoranza, la maggioranza degli uomini si vede costretta, per forza di una dura fatalità storica, a subire il domino di una minoranza, ed a servire di piedistallo alla gloria di questa.”17

In primo luogo, lo studioso italo-tedesco indaga l’importante tendenza sociologica dell’indifferenza e della noncuranza politica della maggioranza, osservando come il numero di uomini e di cittadini attenti e interessati agli affari dello Stato sia esiguo. I più non si avvedono dell’influenza e delle ripercussioni che tali affari possono avere ed ovviamente hanno sulla loro vita privata e sul loro benessere generale. Sbagliava dunque Kant, peccando di ingenuità, nel voler inculcare agli uomini il “santo dovere” di occuparsi dello Stato. Il principio che più sta a cuore smascherare a Michels come il maggior fattore che rende illusorio il parlamentarismo, inteso come governo della massa, è il principio della delegazione, che connota il sistema politico come governo indiretto. Ora, “…dichiarare un governo rappresentante la pubblica opinione e la pubblica volontà, è lo stesso che dichiarare una parte rappresentante del tutto. La delegazione è un assurdo, o, come disse il Considérant «si le peuple délègue sa souveraineté, il l’abdique. Le peuple ne se gouverne plus lui-même, on le gouverne… Peuple, délègue donc ta souveraineté! Cela fait, je garantis à ta souveraineté le sort inverse de celui de Saturne; ta souveraineté sera dévorée par la délégation, sa fille».”18

L’unica differenza tra monarchia e democrazia sta nel fatto che il popolo, invece di scegliersi un re, se ne elegge una pletora. La sola facoltà che lo strumento elettorale concede al popolo è quindi quella ravvisata nell’eleggersi, dopo un dato periodo di tempo, dei nuovi padroni. E qui Michels si lega anche al convincimento di Proudhon, per il quale i rappresentanti del popolo, una volta al potere, si affrancano da esso, e questo è l’esito fatale di ogni potere uscito dal popolo.

Un potente fattore atto alla conservazione del potere è poi la struttura burocratica dello Stato. Ogni Stato tende a riunire attorno a sé e al servizio della propria causa un gran numero di interessati (intercettati soprattutto nell’ambito del ceto medio). Con quest’operazione, il potere statale si assicura la fedeltà di un vero e proprio esercito di funzionari, visto che le sorti di ambedue le parti in causa sono intimamente legate. Infatti, lo Stato, distribuendo ricchezze tra i suoi funzionari, “…si rende schiava una percentuale altissima della società intera. Ed è da osservarsi – sia detto in parentesi – che la classe politica mira ad attrarre a sé con ogni sua cura innanzi tutto quelli tra i suoi cittadini, i quali, per le doti speciali del loro ingegno e della loro mente, potrebbero diventare pericolosi.”19

Riguardo al distaccamento delle élites proletarie e il loro conseguente acclimatarsi nelle fila della classe politica, Michels comincia qui a trattare un tema che avrà più ampio svolgimento nella sua opera maggiore. Ci limitiamo quindi a riportare le linee generali della sua riflessione secondo cui anche un’élite proletaria, nonostante il retroterra culturale di provenienza, subisce una sorta di mutazione di ordine psicologico che la conduce ad una conseguente metamorfosi molto radicale che interessa posizione e funzione sociale. “La macchina del partito prende una data quantità di operai manuali, e per opera dei suoi ingranaggi li trasforma in operai del cervello. […] La dipendenza personale, stretta, meramente materiale del salariato manuale dall’imprenditore capitalista o dal suo direttore, si permuta nel servizio consistente in lavoro intellettuale presso una società impersonale…”20. In questo modo si avvia un processo subdolo ma inevitabile, come detto di ordine soprattutto psicologico, che accentua la tendenza ad una sempre maggiore autoidentificazione del “fuoriuscito” con uno stile di vita e con una cultura piccolo borghesi; si tratta del vituperato processo dell’imborghesimento (tanto evidente in un partito sovraccarico di burocrazia come il partito socialista tedesco).

In definitiva, dunque, osservando tali tendenze, Michels asserisce la validità delle teorie legate alla constatazione dell’esistenza di una classe politica o classe dominante sostanzialmente imperitura. Su questo punto Michels si distingue da Pareto e dal suo concetto di circolazione delle élites. Egli crede piuttosto ad un processo che si risolve non già in una sostituzione, bensì in un’amalgamazione delle élites stesse. Michels ritiene, infatti, che negli Stati retti da un sistema rappresentativo l’opposizione costituzionale miri essenzialmente a farsi “azionista” di quote di potere, amalgamandosi e fondendosi con l’élite al potere. Se, nei propositi (per Michels puramente demagogici) delle nuove sedicenti classi dominanti vi è quello di sostituire completamente la classe precedentemente al potere, nella realtà e nella pratica si assiste al fatto che le classi in concorrenza finiscono con il riconciliarsi al solo scopo di spartirsi il dominio sulle masse. “Pare che la storia stessa – scrive Michels – c’insegni che a nulla valgono i movimenti popolari perché gli elementi più spiccanti che li capitanano, poco per volta sempre si allontanano dalle masse per essere assorbiti dalla «classe politica»…”21.

In conclusione, Michels osserva dunque come tante e tali tendenze sociologiche fungano da insormontabile ostacolo all’avvento della democrazia e, à plus forte raison, all’avvento del socialismo.

L’obiettivo de La democrazia e la legge ferrea dell’oligarchia, lavoro comparso nel 1910, è quello di dimostrare l’irresistibile inclinazione all’oligarchia cui soggiace l’organizzazione di ogni partito. A differenza del saggio precedente, la dimensione presa in considerazione è dunque più ristretta ( quella del partito appunto), tralasciando un’impostazione più ampia che analizzi il sistema politico-sociale nel suo complesso. Michels, nello specifico, si volge ad indagare tali tendenze nel solco dei partiti che contro di esse dovrebbero armarsi, e cioè a dire proprio nei partiti di ispirazione democratica. Egli vede perciò, nell’emergere di questi fattori, anche in tali partiti, una prova inconfutabile del sorgere di tratti degenerativi ed oligarchici in qualsiasi aggregato umano.

Per ovvie ragioni, egli non prende in considerazione i partiti conservatori (dove le tendenze all’oligarchia e alla gerarchia rispecchiano un principio di fondo di cui essi si fanno promotori), ma appunto il partito operaio socialista-rivoluzionario, sovversivo nelle dichiarazioni, democratico nelle intenzioni, ma inesorabilmente anch’esso oligarchico nella realtà dei fatti.

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Se i partiti socialisti-rivoluzionari e democratici hanno come loro fine ideale lo sradicamento dell’oligarchia in ogni sua forma, come si spiega che essi stessi la sviluppino al loro interno? Inevitabilmente, risponde Michels, qualsiasi classe ed aggregato umano che rivendichi delle pretese ha bisogno di un’organizzazione economica e politica. L’organizzazione è la sola arma detenuta dai deboli per avere una qualche opportunità di vittoria nei confronti dei forti. “Il principio dell’organizzazione dev’esser quindi considerato la conditio sine qua non per l’idoneità delle masse alla lotta sociale.”22 Spesso però l’organizzazione si cristallizza a tal punto da divenire sinonimo di conservazione. “Chi dice organizzazione dice tendenza all’oligarchia.”23 In effetti, a ben vedere, l’organizzazione presenta caratteri spiccatamente aristocratici, invertendo il rapporto tra il duce e le masse; in origine il primo è il servitore delle seconde in quanto ad esse vincolato da principi egualitari e democratici. “Ma il formarsi di rami speciali di attività, la differenziazione politica che è conseguenza inevitabile dell’estendersi dell’organizzazione, induce i soci necessariamente a darsi una così detta direzione tecnica, ed a conferire qualsiasi potere deliberativo, come cosa che esige specifiche qualità di duce, ai soli capi. Ed i duci, che dapprima non erano se non gli organi esecutivi della volontà della massa, divengono indipendenti, emancipandosi dalla massa stessa. L’organizzazione quindi spacca definitivamente ogni partito in una minoranza che governa ed una maggioranza che ne è governata.”24

Quanto più un partito (e, aggiungiamo, ogni altra organizzazione) si estende, tanto più si accresce la necessità di ricorrere al metodo delle rappresentanze fisse e stabili e di edificare una struttura tecnica ed amministrativa di direzione. Naturale conseguenza di un simile processo è il restringersi delle possibilità di sorveglianza e di controllo democratico. Il crescere costante delle funzioni comporta un accrescimento di competenze ed una sempre maggiore divisione del lavoro. “La tendenza burocratica ed oligarchica assunta dall’organizzazione dei partiti anche democratici è da considerarsi senza dubbio quale frutto fatale d’una necessità tecnica e pratica. Essa è il prodotto inevitabile del principio stesso dell’organizzazione.”25

Ancora un altro fattore contribuisce al medesimo effetto; il moderno partito politico è un’organizzazione di guerra e, come tale, ha bisogno di sottostare alle leggi della tattica, tra cui primariamente l’esser pronti alla battaglia, alla lotta. Il problema scaturisce dalla profonda incompatibilità che sorge tra la lentezza delle procedure democratiche e la necessità di avere pronte risposte in situazioni dove il decisionismo è l’arma fondamentale per ottenere gli obiettivi prefissati, raggiungibili appunto attraverso una solida e ferrea organizzazione. Lo stesso Lassalle riteneva che la rapidità delle decisioni fosse garantita unicamente dal centralismo e dall’autorità, in quanto una grande organizzazione è già di per sé un organismo appesantito.

La democrazia, semplicemente, non è confacente ai bisogni tattici dei partiti politici. Questi ultimi, per avere speranza di realizzare i propri obiettivi, hanno assoluta necessità di un’indiscussa gerarchia. Pertanto, per motivi di natura tecnico-amministrativa e tattica, si va formando un corpo direttivo di professione e con ciò si creano le condizioni che conducono alla fine della democrazia stessa. “E ciò in prima linea per la logica impossibilità dello stesso sistema dei «rappresentanti». Rousseau ed i socialisti francesi della prima metà del secolo XIX hanno enunciato una profonda verità quando sostenevano che una massa che deleghi la propria sovranità, ossia la conferisca dal suo seno ad un esiguo numerico d’individui, abdica alla sovranità. Egli è che la volontà d’un popolo non è conferibile, e nemmeno quella d’un singolo individuo.”26

Ciò che è stato appena affermato vale in maggior misura in riferimento al mondo contemporaneo, contraddistinto da una vita politica e sociale estremamente complessa e diversificata; se ne deduce che il voler “rappresentare” questa complessità diviene sempre più illusorio e impossibile. Con l’andar del tempo, inoltre, i capi acquistano uno status (derivante dal valore delle loro competenze acquisite) che li rende indispensabili al partito, un’indispensabilità che spesso e volentieri si traduce in vera e propria inamovibilità, principio anch’esso in aperta contraddizione con le linee fondamentali della dottrina democratica. I capi, di fatto, sono del tutto inaccessibili alla massa da un punto di vista sia intellettuale che tecnico, e dalla loro inaccessibilità ne deriva una sostanziale incontrollabilità da parte di quelle stesse masse di cui ognuno di essi si dichiara “l’esponente teorico”. Qualora le masse decidessero di rivoltarsi si troverebbero senza “capo”, impreparate a fronteggiare i compiti richiesti dalla complessa vita politica moderna. “Il più forte diritto dei duci consiste nel fatto che essi sono indispensabili.”27

Alle necessità dell’organizzazione e dell’amministrazione si aggiungono poi quelle di ordine psicologico28. Il potere porta alla volontà di rafforzarlo e consolidarlo, fino al punto di sottrarsi al controllo delle masse; esso determina notevoli cambiamenti nella psicologia di chi lo possiede, ma anche di chi lo subisce (le masse stesse). Il paradosso è che “…nel regime dei partiti democratici, i capi divengono più inamovibili e più inviolabili di qualsivoglia corporazione aristocratica. La durata media del loro ufficio sorpassa di gran lunga la durata media dell’ufficio di ministro negli Stati monarchici.”29

I capi, per parte loro, insistono sull’incapacità della folla di giudicare allo scopo di tenerla lontana dagli affari della politica. Al partito non può ovviamente convenire che la maggioranza incapace di formarsi un giudizio in casi determinati sopraffaccia una minoranza certamente più avvezza a ponderare e ad analizzare questioni strettamente politiche. Per tali motivi, all’interno del partito vige una rigida disciplina e chiunque svolga critiche e si ponga all’opposizione viene additato come detrattore, nemico del partito e soprattutto nemico delle masse. Una tattica ,questa, adottata anche dai partiti rivoluzionari e non dissimile da quella borghese tesa alla conservazione dello Stato; stessa terminologia adoperata contro i sovversivi e medesimi argomenti a difesa dello status quo. Con un’unica differenza: per i primi l’obiettivo della conservazione del partito; per i secondi il fine della conservazione dello Stato.

I capi, una volta eletti, si appellano continuamente alla sovranità e alla volontà manifestata dal popolo come garanzia del loro potere, soprattutto qualora vengano accusati di atteggiamenti antidemocratici o vengano duramente criticati; inoltre, di solito un’ulteriore tattica consiste nel riferire gli attacchi personali che ricevono a tutto il partito, come se essi ne incarnassero l’identità. Parafrasando dunque il motto attribuito al Re Sole si potrebbe dire “Le parti c’est moi!”

In definitiva dunque, il sistema democratico si riduce al diritto delle masse di eleggersi da sé i propri padroni ai quali dovranno una cieca ubbidienza; è il sistema meglio conosciuto come sistema plebiscitario o bonapartistico.

Il punto dolente è che alle masse tutto ciò rimane sostanzialmente ignoto; non vi è da parte loro la reale coscienza di come stiano effettivamente le cose. Esse sono circuite ed ammaliate da una retorica che le rende illuse del fatto che basti depositare una scheda in un’urna per poter farsi compartecipi del potere.

Per Michels quindi, il compito precipuo della scienza politica consiste nello strappare questa benda dagli occhi delle masse rendendole più consapevoli degli ingannevoli intrighi del potere e della falsità della retorica democratica.

Anche i partiti democratici e rivoluzionari sono considerati, dunque, lungi dall’essere la miniatura del migliore degli Stati possibili, la miniatura di uno Stato oligarchico. Il partito, con il crescere della sua forza d’attrazione e della sua organizzazione, dovrebbe in teoria guadagnarne in impatto rivoluzionario. Invece, si assiste al sorgere di una relazione inversamente proporzionale tra la sua crescita espansiva nella società civile e il suo slancio rivoluzionario; al contrario, esso adotta una linea politica sempre più prudente e orientata al compromesso con lo Stato in quanto è da quest’ultimo che dipende la sua propria esistenza. Il partito rinnega allora le tendenze più radicali e sovversive ancor presenti nel suo seno, evitando in tal modo di generare qualsiasi motivo di attrito con l’apparato statale, in virtù di un meccanismo legato ad una sorta d’istinto di conservazione che quindi slega l’organizzazione dal perseguimento degli iniziali fini ideali rendendola fine a se stessa. “Il partito, ne’ suoi giovani anni, non si saziava mai di mettere in luce il suo carattere rivoluzionario, e rivoluzionario non soltanto per la natura della sua meta, ma anche nella scelta dei suoi mezzi pur non preferendoli per principio. Ma, fattosi vecchio e caduco o, con termini più ottimistici, maturo in politica, esso non indugia a modificare la sua originaria professione di fede, affermandosi rivoluzionario soltanto «nel miglior senso della parola», ossia dunque, non più nei mezzi, pei quali soltanto la questura s’interessa, ma puramente nella teoria grigia e sulla carta bianca.”30

L’organizzazione rende, a lungo andare, immobile il partito il quale, non solo rinuncia ad agire, ma smette persino di pensare. L’esempio che Michels adduce come prova per suffragare le sue tesi è la sua esperienza vissuta direttamente all’interno del Partito socialista tedesco, ancorato sempre ad una terminologia rivoluzionaria, ma divenuto ormai conservatore, essendosi adagiato su una tattica di mera autoconservazione all’interno di un sistema politico nel quale il suo ruolo è, nella migliore delle ipotesi, il ruolo di un partito di opposizione costituzionale.

Il punto è che queste tendenze oligarchiche, sperimentate nella realtà dei fatti, si manifestano con una regolarità impressionante nella vita politica dei popoli, e senza rilevanti eccezioni. La natura stessa dell’organizzazione inietterà sempre, anche ai partiti socialisti-rivoluzionari, una potente dose di conservatorismo.

Certo, i principi democratici servono a lenire gli effetti della malattia oligarchica, soprattutto garantendo l’accesso alla cultura a masse di popolo sempre più estese, e questo, perché un maggior grado di cultura significa maggiore capacità di controllo. “A guidare delle masse colte non si hanno le mani così libere, come a guidare delle masse incolte.”31

Resta comunque il fatto che per Michels la democrazia “integrale” è impossibile e la tendenza all’oligarchia diventa la “legge ferrea” che governa non soltanto la vita dei partiti politici, ma ogni gruppo organizzato.

La Sociologia del partito politico nella democrazia moderna (1911) è il punto di arrivo di un percorso che porterà Michels a considerare impossibile l’attuazione dei principi democratici nella dimensione della politica di massa. In quest’opera egli svolge tematiche presentate già nei saggi precedenti, confermandole attraverso un’analisi minuziosa e rigorosamente empirica basata sull’osservazione dell’evoluzione interna al Partito socialdemocratico tedesco, radiografato con estrema accuratezza.

La sua analisi ha il compito di rilevare l’enorme contraddizione esistente nei partiti rivoluzionari tra i principi cui si ispirano idealmente ed i fini effettivamente perseguiti. Per far questo si serve di una metodologia rigorosa che gli permette di classificare leggi e tendenze estraibili dal filtro dell’esperienza32.

Quest’analisi si inserisce nel quadro di una vita politica profondamente diversa da quella del passato, ormai dominata dalle masse e dalle organizzazioni partitiche nate per inquadrarle e per ottenerne il consenso; partiti ed organizzazioni con una struttura permanente, con un apparato di professionisti, con milioni di iscritti, tesi al controllo dei propri parlamentari, aventi una rigida struttura gerarchica e disciplinare e diretti da oligarchie volte a perpetuarsi attraverso la cooptazione, riducendo così drasticamente qualsiasi possibilità di controllo da parte della base.

Se per Mosca e Pareto il campo d’indagine era esteso al sistema politico nel suo complesso, Michels restringe l’analisi ai partiti di massa e in particolare a quelli d’ispirazione socialista. E’ ovvio che, se si riuscissero a mettere in luce tali paradossi in quei partiti, come quelli socialisti e rivoluzionari, dove la democrazia dovrebbe realizzarsi più compiutamente e senza ostacoli di sorta, si potranno trarre indicazioni decisive circa le reali possibilità di realizzazione e applicazione pratica degli ideali democratici.

La scelta della SPD dipende dal fatto che essa poteva essere assunta come “tipo ideale” di partito di massa, un caso allora unico nel continente. Partito fondato nel 1875, nel 1910 aveva tremila funzionari e settecentomila iscritti. Michels concentra la sua attenzione sulla psicologia della leadership, analizza la personalizzazione del potere, il profilo umano del leader, l’immagine che di lui ne hanno le masse ed i contesti strutturali in cui egli opera. La Sociologia è “…un ininterrotto ragionamento sulla patologia della rappresentanza, sul tema classico della sovranità: un ragionamento che a partire dalla premessa rousseauiana di una definizione forte dell’ordine democratico giunge ad una conclusione apparentemente mosco-paretiana, e cioè al teorema elitista dell’impossibilità della democrazia ideale e della falsità delle democrazie reali.”33

Molto si è discusso sull’opportunità o meno di considerare quest’opera come facente parte del campo della sociologia dei partiti politici; in realtà, per le conclusioni teoriche a cui essa giunge, diversi studiosi sono concordi nel considerarla un’opera di democratic theory, un’opera cioè che “…attraverso «una teoria della struttura interna del partito» ricava una serie molto articolata di conclusioni in merito al problema classico della democrazia.”34

La Sociologia, in effetti, è sostanziata da un processo di deduzione derivante dall’analisi di un immenso materiale empirico che conduce Michels a formulare due asserzioni fondamentali: che la democrazia o è autentica o non è; e che la vita interna dei partiti socialisti rappresenta l’ultima spiaggia per verificare la possibilità reale di attuazione della democrazia ideale. Il punto da tener ben presente è che Michels è affetto da una sorta di “psicopatologia dell’idealismo politico” che si esprime in un fondamentalismo democratico per cui o la democrazia si attua nella sua forma più pura, oppure non ha alcun senso parlarne.

La sua è un’opera di demistificazione ideologica e di denuncia nei confronti del sistema rappresentativo basato sulla ratio della scheda elettorale. E questo perché egli continua a ragionare nei termini di una logica antisistema e rivoluzionaria; il mercato elettorale e l’impresa competitiva schumpeteriana gli appaiono come un sovvertimento della stessa politica, operanti in una dimensione che fagocita i partiti rivoluzionari medesimi, non più ispirati rousseauianamente al perseguimento del bene collettivo, ma votati all’amalgamarsi con l’élite al potere per spartirsi con essa il dominio sulle masse. Il suo è un disprezzo per una politica che si serve di “pure e semplici macchine per la coltura dei voti”.35 Potremmo quindi affermare che “…da un lato c’è lo sguardo disincantato del realista e dall’altro, appena celato, lo sguardo scandalizzato del fondamentalista.”36

La Sociologia svolge un mastodontico ragionamento sulla natura dell’impresa politica moderna e sul ruolo che in essa vi hanno i partiti; essa è però fondamentalmente un’indagine critica sulla democrazia. Anche la sua concezione del partito è estremamente rigida; il suo modello è la SPD, un partito chiuso, ideologico, quando invece la caratteristica principale dei partiti moderni è quella di essere aperti, unica loro configurazione possibile qualora vogliano attrarre masse trasversali in un sistema a suffragio universale.

E’ tra il 1904 e il 1906 che Michels comincia ad individuare nel partito socialista tedesco una pericolosa parabola degenerativa notandone due aspetti fondamentali: in primo luogo, un progressivo “imborghesimento”, che determina la “de-proletarizzazione” di una parte del proletariato (spesso la migliore); in seconda istanza, la crisi diviene irreversibile con l’attuarsi del secondo e più grave processo degenerativo: la trasformazione di un’organizzazione finalizzata alla creazione di un ordine socio-economico nuovo in un’organizzazione il cui unico scopo diviene l’autoconservazione, scevra da qualsiasi fine ideale. Assorbito da una logica conservatrice, il partito perde la sua purezza dottrinale e la percezione dello scopo finale, assimilandosi ai meccanismi del sistema contro cui dovrebbe lottare; dal partito militante si passa al partito macchina.

Il paradosso sta nel fatto che il socialismo, in qualità di movimento antisistema, non può perseguire i suoi scopi adottando meccanismi e strumenti organici al sistema stesso quali il ciclo elettorale e la rappresentanza parlamentare37. In un certo senso, il parlamentarismo uccide il socialismo nella misura in cui quest’ultimo si presenta come movimento antilegalitario. Di fatto, alla logica del sovvertimento e della lotta contro l’avversario, si sostituisce la logica borghese di una competizione tra partiti sul piano del mercato elettorale. Su questa patologia si consolida quell’inarrestabile tendenza all’oligarchia che costituisce il tema di fondo della Soziologie des Parteiwesens.

Michels presenta subito la tesi che svolgerà nel resto dell’opera affermando come “…la forma democratica esteriore alla base della vita dei partiti politici trae però facilmente in inganno gli osservatori superficiali che non sanno vedere la tendenza alla aristocrazia o più precisamente alla oligarchia cui ogni organizzazione di partito soggiace.”38

Come Michels dimostrerà, “ il presentarsi di simili tendenze anche in seno ai partiti rivoluzionari documenta quindi in modo del tutto inoppugnabile che in ogni organizzazione umana di carattere strumentale (Zweckorganisation) sono immanenti tratti oligarchici.”39 Egli osserva come tutti coloro i quali agiscono nella vita pubblica si travestano da difensori del popolo, della sua volontà, della democrazia, in chiave etica e morale. “Governi e ribelli, re e capi partito, tiranni per grazia di Dio e usurpatori, arrabbiati idealisti e ambiziosi oculati, tutti sono «il popolo» e affermano di voler eseguire con la loro opera solo la volontà del popolo.”40

Le democrazie sono caratterizzate quindi da un esasperato verbalismo che si traduce nell’auto-rappresentazione delle forze politiche come forze liberatrici dal giogo di una minoranza tirannica. La retorica democratica è intessuta di metafore e demagogia atte a manifestare sempre un’accesa e commossa partecipazione emotiva per i dolori del popolo e per i suoi bisogni. Il motto di ogni nuova classe di politicanti che si getta nella mischia della politica è : “Liberazione di tutto il genere umano!”.

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Lo stesso concetto di partito implica quello di limitazione; “Partito significa separazione, distinzione; pars, non totum.” Altri fattori entrano in campo, prosegue Michels, quali “…la forza del numero, l’aspirazione, propria di ogni partito, a diventare Stato, il sorgere di una «legge dello sconfinamento», per cui il partito tende ad espandersi al di là della sfera sociale originariamente assegnatagli o conquistata con il suo programma fondamentale.”41

L’opera michelsiana entra nel vivo della sua trattazione occupandosi dell’eziologia della leadership, della sua organizzazione, della sua supremazia, del rapporto psicologico che si instaura tra essa e le masse e della sua composizione sociale, tematiche già affrontate e in parte analizzate nei saggi precedentemente rivisitati.

“La democrazia non è concepibile senza organizzazione.”42 E’ l’organizzazione stessa che determina una separazione tra una minoranza dirigente ed una maggioranza diretta, spianando la strada al formarsi di una gerarchia e quindi dell’oligarchia. Volendo fornire una definizione di organizzazione potremmo parlarne come di “…un raggruppamento sociale deliberatamente costruito per il raggiungimento di fini specifici”43. Ora, in vista del conseguimento di determinati obiettivi, la peculiarità di ogni struttura organizzativa è la divisione interna dei compiti, base per il successivo processo di monopolizzazione delle competenze da parte di una ristretta cerchia di capi specializzati e professionali. “Chi dice organizzazione dice tendenza all’oligarchia.”44

L’autogoverno delle masse è ovviamente impedito da motivi tecnico-funzionali. Anche la più ortodossa assemblea popolare non potrebbe fare a meno di istituire un gruppo che stabilisca un ordine del giorno; il che presuppone dunque delle autorità con un qualche potere decisionale. A decretare l’inabilità della democrazia diretta a prendere risoluzioni per tutta la comunità è in primo luogo il fattore numerico, motivo che decreta, per converso, l’efficacia di quella indiretta.

Dalla disamina di tutti gli inconvenienti di ordine pratico e tecnico-amministrativo cui si andrebbe incontro cercando di attuare un processo decisionale “di massa” si deduce l’assoluta necessità ed indispensabilità di una leadership. Il problema è che i dirigenti, all’inizio presentati come gli organi esecutivi della “volontà popolare”, diventano rapidamente indipendenti, emancipandosi da essa in virtù delle capacità e delle conoscenze acquisite “sul campo”, divenendo fatalmente indispensabili e potenzialmente inamovibili.

Insomma, la partecipazione come autogoverno, consistente in un’emanazione quanto più diretta possibile della volontà popolare per determinare la vita del gruppo, appare a Michels come un estremo teorico che nella realtà non troverà mai applicazione45. Realisticamente, ciò che è attuabile è solo un grado ridotto di partecipazione, assicurabile tramite l’istituto della rappresentanza, la quale però tenderà a cristallizzarsi nel tempo trasformandosi in “dominio dei rappresentanti sui rappresentati.”46

Si deve aggiungere che il numero dei cittadini aventi diritti politici che sono animati da un effettivo ed attivo interesse per la politica appare piuttosto esiguo. La partecipazione è bassa tanto a livello statale quanto a livello partitico, e questo è un processo assolutamente fisiologico. In effetti, anche per quanto concerne le decisioni di partito, ad esse contribuisce un’esigua minoranza, un “pugno di membri”. “La maggioranza degli organizzatori ha nei confronti dell’organizzazione la stessa indifferenza della maggioranza degli elettori nei confronti del parlamento.”47

D’altronde, gli stessi Kautsky e Bernstein (e soprattutto quest’ultimo) pensavano che l’uomo medio non avesse la competenza politica adatta a giustificare e a legittimare la sovranità assoluta del popolo. In fin dei conti, socialdemocrazia non significa “tutto per mezzo del popolo, ma solo: tutto per il popolo.”48

Specializzazione significa autorità; “…come si obbedisce al medico, perché in virtù di lunghi studi conosce il corpo umano meglio del paziente stesso, in egual modo il paziente politico deve rimettersi al suo leader, il quale possiede la competenza politica, che a lui per forza difetta.”49

Michels ritiene che il sorgere di una leadership professionale segni inevitabilmente l’inizio della fine della democrazia. Una massa che deleghi la sua sovranità, come ci ricorda Rousseau, vi rinuncia poiché il volere del popolo non è trasferibile, così come quello del singolo. “Voler sostenere che un governo rappresenta l’opinione pubblica e il volere della nazione, significherebbe perciò prendere semplicemente partem pro toto: «La delegazione è un assurdo».”50Il destino di qualsiasi potere proveniente dal popolo ed ergentesi su di esso è l’emancipazione del potere medesimo dalla sovranità popolare.

La realtà è che, una volta concluse le operazioni elettorali, le masse perdono ogni potere sui loro delegati. Siamo di fronte ad un durissimo attacco alla democrazia parlamentare-rappresentativa.

I risultati di queste analisi, agli occhi di Michels, sono la prova inconfutabile che “…l’evoluzione naturale e normale dell’organizzazione imprimerà sempre il marchio di un indelebile carattere conservatore anche ai partiti più rivoluzionari.”51

I leaders tendono ad isolarsi, a garantirsi reciprocamente il dominio tramite “patti difensivi”; si trasformano in caste chiuse, nelle quali l’accesso è consentito dal sistema della cooptazione. All’interno dei partiti, il dominio dei leaders appare talmente incontrastato da rendere decisamente impervio il cammino che i nuovi aspiranti leaders devono percorrere per raggiungere il potere. In effetti, per Michels non si assiste ad una vera e propria sostituzione secondo i canoni paretiani (Pareto aveva utilizzato l’espressione circulation des élites), ma ad una fusion des élites. Tuttavia, una volta raggiunta la loro meta si attua in loro una trasformazione che li rende non dissimili, nella sostanza, dai vecchi leaders ormai spodestati. “I rivoluzionari del presente sono i reazionari del futuro.”52

Egli appare convinto che, a lungo andare, la funzione di guida delle masse eserciti un’influenza negativa sul carattere morale dei leaders. Gli ideali della giovinezza lasciano il posto a nuove conoscenze acquisite che spesso contrastano con l’originaria ideologia. Molti capi, pur continuando a professarsi socialisti e rimanendo nominalmente tali, non lo sono più nel loro animo, lasciando spazio all’opportunismo e all’egoismo e soggiacendo alla libidine del potere.

Molto critico nei confronti del concetto di sovranità popolare utilizzato come arma demagogica, Michels ricorda che lo stesso cesarismo di Napoleone III si fondò sul principio della sovranità popolare. Il nipote del suo più celebre omonimo affermò molto abilmente di considerarsi strumento e creatura della massa. “Il Bonapartismo riconosce la volontà popolare in modo tanto illimitato da concederle perfino il diritto al suicidio. Il principio della sovranità popolare ha la sua completa esplicazione nel diritto di abolire se stessa.”53 E’ un principio addirittura pericoloso, in quanto, una volta uscito dall’urna elettorale, l’eletto si sente in diritto di personificare il popolo credendo di non poter essere più contrastato in alcun modo ed interpretando ogni opposizione che gli venga fatta come antidemocratica.

Michels ritiene che i moderni partiti e sindacati democratico-rivoluzionari presentino dei caratteri simili a quelli appena descritti. “Il Bonapartismo ha sempre buone probabilità di successo presso le folle imbevute di sentimenti democratici perché le lascia nell’illusione di rimanere padrone dei propri padroni.”54 Con il plebiscito, la collettività si sottomette al proprio volere, o almeno pensa che sia così. “Nella democrazia, la leadership fonda il suo diritto al comando sulla finzione della onnipotenza democratica delle masse.”55

Secondo Michels, nella democrazia come in qualunque altro regime, il successo e la conseguente conquista del potere conducono alla morte dell’idealismo; il socialismo che accede al governo non sfugge a questa regola e l’idealismo appena citato si disperde tra la vanità e la respectability borghese. Per un operaio “sazio”, vale a dire conscio di aver raggiunto l’obiettivo del miglioramento della propria condizione sociale, quale interesse potrebbe più avere il vecchio dogma della rivoluzione? La sua rivoluzione è già compiuta. Socialismo, sindacalismo rivoluzionario, anarchismo; agli occhi di Michels tre concezioni della società fondate su basi ideali eticamente nobili e condivisibili, ma destinate al naufragio di fronte agli scogli della pratica politica quotidiana e delle inclinazioni degenerative della stessa natura umana. Pessimistica rimane infatti la considerazione sulle reali potenzialità del cambiamento nelle mani dei partiti di sinistra in quanto la “partecipazione al potere rende conservatori coloro che vi sono giunti.”56

Il partito diviene un tassello di una semplice e “legalitaria” opposizione costituzionale, pur continuando ad agghindarsi con una retorica rivoluzionaria. In poche parole, il partito rivoluzionario fa concorrenza ai partiti borghesi per la conquista del potere e tutto ciò è quanto di più lontano vi sia da una corretta interpretazione del marxismo. Contrariamente alle scuole socialiste, ancora fiduciose nella possibilità di realizzare un autentico ordinamento democratico, Michels fa ormai aperta professione di fede nell’elitismo, citando ampiamente Mosca e Pareto, e giudicando la democrazia ideale una fiaba per bambini; il risultato di qualunque lotta di classe si risolve in un mero scambio tramite cui una minoranza si fonde e si amalgama con quella precedente con lo scopo di dominare le masse.

I fenomeni sociologici delineati da Michels mettono chiaramente in luce come sia impossibile l’esistenza di una società civile senza una classe dominante. Michels denota un legame, e non un’opposizione, tra la concezione storico-materialistica d’impostazione marxista e la teoria elitista. La prima concepisce la storia come un susseguirsi ininterrotto di lotte di classe; la seconda vi aggiunge la conclusione secondo cui lo sbocco di suddette lotte è lo sfociare sempre e comunque nella creazione di una nuova oligarchia che si amalgama con la vecchia. “La storia sembra insegnarci che nessun movimento popolare, per quanto forte ed energico, può apportare mutamenti duraturi e organici alla struttura sociale della civiltà, poiché gli elementi più importanti del movimento stesso, gli uomini cioè che lo guidano, gradualmente si vengono sempre più separando dalle masse, per essere assorbiti dalla «classe politica».”57

In questa prospettiva, i socialisti potrebbero anche vincere, ma il socialismo mai; si tratta di una tragicommedia nella quale le masse, dopo tanti sforzi compiuti per emanciparsi, si ritrovano semplicemente a cambiare un padrone con un altro.

In conclusione, il sorgere di una leadership risulta essere fenomeno organico di qualsiasi gruppo sociale, ed ogni sistema che preveda dei capi è incompatibile con i postulati essenziali della democrazia. Michels tiene molto a sottolineare quanto la legge della necessità storica dell’oligarchia da lui messa in evidenza poggi su dati forniti dall’esperienza. In qualunque relazione sociale la natura stessa crea rapporti di dominio e di dipendenza, persino nelle organizzazioni socialiste e libertarie.

Il problema, e qui Michels sembra prefigurare le linee di fondo degli studi novecenteschi sulla democrazia superando la sua impostazione “catastrofista”, riguarda non tanto il modo tramite cui poter realizzare la democrazia ideale, quanto quale grado di democrazia sia effettivamente possibile. In ogni caso, Michels ritiene quale compito precipuo dei democratici quello di coltivare e rafforzare la tendenza alla critica e di combattere l’oligarchia nonostante la sua inevitabilità; una visione dei suoi pericoli infatti, lungi dall’eliminarla, potrebbe consentire di tenerla almeno “sotto osservazione”.

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