La filocosofia come dialogo

  Vito Varricchio
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L’inquietudine è quello stato d’animo che procura un ansioso turbamento e generalmente sorge quando le certezze tramandateci vacillano sotto i colpi del dubbio e della critica. L’animo non riesce a stare quieto e, come in un movimento continuo ma senza meta, si rivolge su se stesso. Benché l’individuo, soprattutto nei momenti storici di crisi e forti cambiamenti, si trovi a vivere una tale sensazione, non deve demordere anzi proseguire sulla via dell’inquietudine, «insistendo, individualmente e collettivamente, nel domandare, nel tenere aperta una domanda di senso, pur essendo convinti della difficoltà della risposta o delle risposte, su cui aleggia sempre il pericolo del non senso» (p. 24). Proseguire incessantemente nella ricerca e nello studio rappresenta l’«esercizio esistenziale» che Guido Bianchini compie nel suo libro L’inquietudine dell’Altro, edito per la Inschibboleth. Il testo intende recuperare quella tensione etica e teoretica tra ebraismo e cristianesimo, e individua in San Paolo la figura emblematica di tale confluenza. Figura contraddittoria se ce n’è una, dove storici, filosofi e teologi si sono scontrati presentando innumerevoli interpretazioni del Santo che da persecutore dei primi cristiani ne diventa il più agguerrito sostenitori e «la comprensione del cristianesimo passa necessariamente per il suo retroterra ebraico, di cui è corollario in un rapporto di sostanziale continuità» (p. 43).

Sicché alle critiche di Heidegger e Hegel il volume di Bianchini oppone le tesi di Rosenzweig e Lèvinas. I primi giudicano l’ebraismo un momento da superare dialetticamente, perché rappresenta un momento negativo ma necessario del movimento dello Spirito o dell’Essere; i secondi, invece, sottolineano i punti di contatto tra le due religioni, indicando una via «altra» da percorrere: quella del dialogo. Il dialogo, dunque, tra cristianesimo ed ebraismo offre allo stesso tempo una nuova linfa alla ricerca filosofica e spirituale e una sfida all’uomo, che, proprio in virtù delle differenze, delle ansie e delle insicurezze, si incammina verso l’altro senza temere il confronto. Il concetto stesso di alterità si apre a due interpretazioni diverse: una orizzontale, tra individui e una verticale con Dio, o meglio con la spiritualità.

Ma affinché la sfida sia colta e il dialogo tra le religioni avvenga occorre una precedenza procedurale e non assiologica della filosofia liberale. Il diritto al dissenso, la libertà di pensiero e di ricerca aprono alla tolleranza verso l’altro, perché ammettono il diritto all’errore e la possibilità che l’altro sia portatore di una parte – non tutta – di verità. La filosofia come dialogo è quella filosofia che accetta l’errore e il dubbio non solo nell’altro ma prima ancora in sé stessi. «Il compito degli uomini di cultura – sosteneva Norberto Bobbio – è più che mai oggi quello di seminare dei dubbi, non già di raccogliere certezze».

Vito Varricchio