l sottosuolo del lockdown è lo spazio interiore nel quale la solitudine, la paura e la vita digitale ci privano dell’illusione dell’essere, richiamando l’opera di Dostoevskij.
Il sottosuolo del lockdown non è soltanto lo spazio chiuso delle nostre abitazioni. È anche una condizione interiore, nella quale il tempo rallenta, la socialità scompare e le paure acquistano una forza nuova.
La regola vuole che dopo un anno si possano tracciare i primi bilanci. Nel caso della pandemia, tuttavia, bisogna fare un’eccezione. Nel marzo 2021 siamo ancora troppo coinvolti per separare con obiettività gli aspetti positivi da quelli negativi.
Siamo ancora dentro la pandemia. In Italia, di fatto, siamo tornati al lockdown, anche se il governo e i mezzi d’informazione utilizzano espressioni differenti. Cambiano le definizioni e i colori assegnati alle regioni, ma la sostanza della chiusura rimane.
Il sottosuolo del lockdown e l’eterno ritorno
L’ennesima chiusura ci sta prostrando. Ci costringe nelle nostre case per tutelare la salute pubblica e impedire che il sistema sanitario venga sopraffatto. Allo stesso tempo, ci proietta in un tempo circolare che assume la forma dell’eterno ritorno.
È l’eterno ritorno della zona rossa, interrotto da momenti sempre troppo brevi di giallo e arancione. Qualche volta compare anche il bianco, ma quanto può durare?
Perdonate il pessimismo che attraversa queste riflessioni. È però difficile affidarsi alle capacità taumaturgiche del governo, al quale si chiede quasi di moltiplicare i vaccini attraverso l’imposizione delle mani.
Nella disperazione, si sa, gli esseri umani finiscono spesso per aggrapparsi ai miracoli.
L’isolamento durante la pandemia
Al di là delle invocazioni mistiche, rimane il lockdown. La chiusura dei principali luoghi di aggregazione sociale e la permanenza forzata nelle abitazioni rispondono alla necessità di ridurre i contagi.
L’isolamento durante la pandemia, anche quando protegge la salute collettiva, produce conseguenze che non possono essere osservate soltanto attraverso i dati epidemiologici.
La casa diventa un rifugio, ma anche una forma di reclusione. Le giornate perdono i propri confini e il tempo non viene più scandito dagli incontri, dal lavoro, dagli spostamenti e dalle abitudini condivise.
È in questa condizione che torniamo simbolicamente nel sottosuolo descritto da Fëdor Dostoevskij.
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Dostoevskij e le Memorie dal sottosuolo
Nel 1864 Dostoevskij pubblicò le Memorie dal sottosuolo, opera costruita intorno al monologo di un uomo isolato, risentito e in conflitto con la società.
Il protagonista osserva il mondo dal proprio angolo oscuro e segreto. Rifiuta i sistemi razionali che pretendono di organizzare la felicità umana e rivendica persino il diritto dell’individuo a comportarsi contro il proprio interesse.
Come spiega anche la voce dedicata a Dostoevskij nell’Enciclopedia Treccani, l’opera mette a nudo l’animo umano e contesta la possibilità di racchiuderlo interamente in un sistema razionale.
Anche noi, rinchiusi nel sottosuolo del lockdown, formuliamo pensieri spesso irrazionali. Le paure maturano durante il lento trascorrere delle ore solitarie e gli schermi digitali ne amplificano gli effetti.
La natura umana oltre i modelli matematici
I governanti cercano di affrontare la pandemia attraverso norme, statistiche e modelli matematici. Questi strumenti risultano indispensabili per prevedere i contagi e proteggere il sistema sanitario.
La pandemia, però, non riguarda soltanto la medicina. Coinvolge l’economia, il lavoro, le relazioni sociali e la psicologia. Nessuna risposta può risultare completa se trascura uno di questi aspetti.
La chiusura generalizzata cerca di impedire l’aumento dei contagi, trasformando l’Europa in un immenso lazzaretto. Questa scelta può apparire estrema e, nello stesso tempo, razionale dal punto di vista sanitario.
Il modello matematico può essere scientificamente corretto, ma rischia di lasciare sullo sfondo il soggetto principale: la natura umana.
Quella natura è una materia vischiosa, attraversata da paura, rabbia e desiderio di libertà. Sfugge ai sistemi e reagisce quando percepisce le regole come un’imposizione intollerabile.
La solitudine del lockdown e la disobbedienza
La quiete del Paradiso e l’immobilità della chiusura possono produrre lo stesso effetto: risvegliare il demone della disobbedienza. Se persino il Paradiso può annoiare, come potrebbe placarci la solitudine del lockdown?
L’essere umano non cerca soltanto sicurezza. Ha bisogno di movimento, relazioni, conflitto, riconoscimento e possibilità di scegliere.
Una società che considera le persone esclusivamente come variabili di un modello rischia di non comprenderne le reazioni. La rabbia che nasce dalla reclusione può infatti sfuggire alle previsioni più accurate.
Ciò non rende inutili le misure sanitarie. Mostra, piuttosto, la necessità di accompagnarle con strumenti economici, sociali e psicologici capaci di sostenere le persone.
Il personaggio pubblico e la vita digitale
Il lockdown ci priva dell’illusione della scena. Ci rende consapevoli di essere comparse inutili, vuote e disperate.
Prima del Covid-19 eravamo abituati a recitare una parte nella tragica commedia dell’esistenza. Probabilmente sapevamo già che si trattava di una rappresentazione, ma quella recita costituiva tutto ciò che possedevamo.
Il virus ha fatto calare improvvisamente il sipario sulla quotidianità. La finzione della socialità era diventata la nostra realtà. Eravamo il nostro personaggio pubblico: ciò che mostravamo sul luogo di lavoro, nelle strade, nei bar e negli incontri con gli altri.
I social network e le videochiamate possono riprodurre una parte di questa presenza, ma non riescono a sostituirla completamente. Il personaggio pubblico non può sopravvivere soltanto dentro uno schermo.
Gli effetti psicologici del lockdown
Gli effetti psicologici del lockdown derivano anche dalla scomparsa della parte che interpretavamo per noi stessi e per gli altri.
Quell’identità sociale rappresentava la nostra illusione più cara. Era forse una finzione, ma gli esseri umani devono pure aggrapparsi a qualcosa in un universo freddo e privo di un significato evidente.
Le illusioni sono come aria fresca quando la realtà diventa irrespirabile. Nel presente della pandemia, che sembra opprimere e cancellare il futuro, perfino l’immanenza della vita quotidiana appare insopportabile.
Il sottosuolo del lockdown ci costringe allora a confrontarci con ciò che rimane quando la scena sociale scompare: le nostre paure, il bisogno degli altri e la fragilità delle identità che avevamo costruito.