L’impatto della pandemia sull’umanità ci ha posti davanti a una verità difficile da accettare: dopo un anno di bollettini quotidiani, rischiamo di abituarci alla morte dei nostri simili. I numeri scorrono davanti ai nostri occhi e ogni nuova vittima sembra confondersi con quella del giorno precedente.
Continuiamo a sopravvivere quasi inconsapevolmente, come animali di allevamento che ignorano il proprio destino. Ci proteggiamo, aspettiamo e speriamo che il pericolo passi, mentre la morte diventa una presenza quotidiana alla quale finiamo lentamente per assuefarci.
Dietro ogni numero, tuttavia, c’è una persona. Ci sono una storia, una famiglia e un vuoto che nessun bollettino potrà rappresentare completamente.
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Il destino dell’umanità dopo la pandemia
Prima o poi finirà. Forse fra un anno, forse più tardi, anche questa emergenza sanitaria perderà la forza con cui ha sconvolto le nostre esistenze. Le pandemie che hanno attraversato la storia sono terminate o sono state progressivamente contenute, lasciando dietro di sé una lunga scia di sofferenza e di morte.
La ricerca scientifica, i vaccini, le cure e le misure di sanità pubblica possono ridurre le conseguenze di una pandemia. Non possono, tuttavia, eliminare la vulnerabilità dell’essere umano né cancellare ciò che è accaduto. I dati ufficiali raccolti dall’Organizzazione mondiale della sanità ricordano la dimensione globale delle perdite provocate dal Covid-19.
Quando l’emergenza sarà passata, la vita riprenderà come se nulla fosse accaduto. Torneremo a incontrarci, ad amarci, a viaggiare e ad affollare strade e locali. Da qualche parte, però, ricominceremo anche a combatterci e a massacrarci nel nome di una fede, di un’ideologia, di un interesse economico o di un impulso criminale.
Tutto tornerà come prima. Continueremo a morire nel tentativo di sentirci immortali.
L’impatto della pandemia sull’umanità tra egoismo e solidarietà
L’impatto della pandemia sull’umanità ha mostrato tanto la capacità di sacrificarsi quanto quella di approfittare delle sofferenze altrui.
Alcuni si saranno arricchiti speculando sull’emergenza e sulla paura. Altri, definiti eroi, avranno perso la vita cercando di salvare persone che non conoscevano e dalle quali non avrebbero ricevuto nulla in cambio.
Gli eroi sono spesso il velo pietoso steso sulle nefandezze della nostra specie. Celebriamo il coraggio di pochi anche per evitare di osservare l’egoismo, l’indifferenza e l’avidità di molti.
La pandemia ha portato alla luce entrambe le possibilità racchiuse nell’essere umano: la solidarietà e l’opportunismo, il sacrificio e la ricerca del profitto, la cura degli altri e la difesa esclusiva di sé stessi.
L’istinto di sopravvivenza e la corsa ai vaccini
Quando la pandemia sarà terminata, tutti festeggeranno, tranne coloro che non saranno sopravvissuti. Molti rivendicheranno un merito personale per lo scampato pericolo, come se la salvezza fosse dipesa soltanto dall’essere stati più prudenti, più capaci o, semplicemente, più furbi.
Qualcuno si vanterà di essere riuscito ad accaparrarsi una dose di vaccino prima degli altri, forse sottraendola a una persona più fragile. L’istinto di sopravvivenza, quando prevale ogni altro sentimento, non conosce scrupoli etici.
Anche in questo caso, la pandemia e la natura umana appaiono inseparabili. L’emergenza non ha creato dal nulla l’egoismo e la disuguaglianza: li ha resi più evidenti.
Una società giusta dovrebbe proteggere prima di tutto chi rischia maggiormente. Eppure, anche davanti a una minaccia comune, ciascuno può essere tentato di trasformare il proprio privilegio in una via di fuga individuale.
Quello che i sopravvissuti dimenticheranno
I sopravvissuti dimenticheranno le difficoltà incontrate dall’Unione europea nell’approvvigionamento e nella distribuzione iniziale dei vaccini.
Saranno dimenticate le speculazioni economiche e le responsabilità dei produttori.
Anche gli errori commessi dai politici finiranno nell’oblio, magari in cambio della promessa di un beneficio, di una regalia o di una nuova sicurezza.
Soprattutto, svanirà il ricordo delle persone morte e di quelle che, forse, avrebbero potuto essere salvate attraverso decisioni più rapide, una migliore organizzazione sanitaria e una distribuzione più equa delle risorse.
La memoria collettiva tende a conservare le celebrazioni e a rimuovere le responsabilità. Con il passare del tempo, anche una tragedia può trasformarsi in una commemorazione rituale, priva della forza necessaria per cambiare realmente la società.
La pandemia come spartiacque della storia
L’impatto della pandemia sull’umanità avrebbe potuto segnare uno spartiacque nella storia. L’emergenza avrebbe potuto insegnarci che nessun individuo e nessuna nazione possono salvarsi completamente da soli.
Eppure, è possibile che tutto venga presto dimenticato. Le parole pronunciate durante l’emergenza — solidarietà, fratellanza, uguaglianza, giustizia e amore per il prossimo — rischiano di rimanere incise soltanto sulla superficie delle nostre coscienze.
Siamo tutti, in misura diversa, complici: vittime e carnefici.
Siamo sepolcri imbiancati. All’esterno incidiamo parole di pace, ecologia, fratellanza, uguaglianza, giustizia e rispetto per la natura. All’interno, però, custodiamo e alimentiamo il putridume delle nostre avidità.
Se, riprendendo una frase attribuita a Stendhal, «l’unica scusa di Dio è quella di non esistere», la nostra unica giustificazione potrebbe essere quella di non avere mai creduto seriamente nella sua esistenza.
La vera prova non sarà quindi sopravvivere alla pandemia. Sarà ricordare ciò che essa ha rivelato di noi e decidere se continuare a essere ciò che siamo sempre stati.