L’affermazione del vicedirettore Ludovico Martello che con il voto del 25 maggio in Italia “ ha vinto il buonsenso”, mi ha fatto tornare alla mente il ricordo di un vecchio elettore liberale del mio Paese che diceva di aver votato nel 1953 per il partito comunista perché aveva ritenuto quello l’unico modo per bloccare la “legge truffa”. E’ l’aspetto più positivo del voto degli italiani per le elezioni europee. Hanno concorso la volontà di cambiamento e la paura del salto nel buio alimentato dalla campagna elettorale di Grillo. L’inattesa dimensione del consenso a Renzi e la quantità non più fisiologica di astensioni, ne confermano, invece, due negativi: la ricorrente ricerca del salvatore della patria e la rinuncia di una parte considerevole del popolo a esercitare le proprie funzioni. I risultati dei ballottaggi e l’ulteriore calo della partecipazione al voto rafforzano queste valutazioni e la percezione che il voto del 25 di maggio non si possa proiettare, come alcuni hanno strumentalmente fatto, su quello delle future elezioni politiche. E’ un voto che non può neanche essere letto come il rilancio del ruolo della sinistra in Italia. Non solo perché nel successo del PD c’è anche il concorso di quanti hanno inteso esprimere consenso a una proposta ritenuta svuotata di contenuti sociali progressisti, mentre la lista Tsipras ha ottenuto un risultato modesto. Né il PD, né le componenti che hanno promosso la lista Tsipras hanno assolto un compito importante della sinistra che è quello di rappresentare, incanalandola in un credibile progetto politico, la legittima protesta dei cittadini. Essi neppure sono apparsi pienamente credibili per una parte considerevole della popolazione che vuole l’Italia più moderna ma anche più giusta, più libera e più eguale. Tanti di questi elettori o si sono astenuti o, come evidenziano i risultati del secondo turno del voto amministrativo, hanno votato per il Movimento Cinquestelle.
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L’affermazione del vicedirettore Ludovico Martello che con il voto del 25 maggio in Italia “ ha vinto il buonsenso”, mi ha fatto tornare alla mente il ricordo di un vecchio elettore liberale del mio Paese che diceva di aver votato nel 1953 per il partito comunista perché aveva ritenuto quello l’unico modo per bloccare la “legge truffa”. E’ l’aspetto più positivo del voto degli italiani per le elezioni europee. Hanno concorso la volontà di cambiamento e la paura del salto nel buio alimentato dalla campagna elettorale di Grillo. L’inattesa dimensione del consenso a Renzi e la quantità non più fisiologica di astensioni, ne confermano, invece, due negativi: la ricorrente ricerca del salvatore della patria e la rinuncia di una parte considerevole del popolo a esercitare le proprie funzioni. I risultati dei ballottaggi e l’ulteriore calo della partecipazione al voto rafforzano queste valutazioni e la percezione che il voto del 25 di maggio non si possa proiettare, come alcuni hanno strumentalmente fatto, su quello delle future elezioni politiche. E’ un voto che non può neanche essere letto come il rilancio del ruolo della sinistra in Italia. Non solo perché nel successo del PD c’è anche il concorso di quanti hanno inteso esprimere consenso a una proposta ritenuta svuotata di contenuti sociali progressisti, mentre la lista Tsipras ha ottenuto un risultato modesto. Né il PD, né le componenti che hanno promosso la lista Tsipras hanno assolto un compito importante della sinistra che è quello di rappresentare, incanalandola in un credibile progetto politico, la legittima protesta dei cittadini. Essi neppure sono apparsi pienamente credibili per una parte considerevole della popolazione che vuole l’Italia più moderna ma anche più giusta, più libera e più eguale. Tanti di questi elettori o si sono astenuti o, come evidenziano i risultati del secondo turno del voto amministrativo, hanno votato per il Movimento Cinquestelle.Nota di trasparenza editoriale
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