Draghi e i politici di professione

Draghi e i politici di professione nella crisi del 2021: programmi congelati, compromessi, alibi e responsabilità scaricate sul premier.

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Draghi e i politici di professione rappresentano un’occasione per riflettere sulla crisi del ceto politico italiano. La formazione di un esecutivo guidato dall’ex presidente della Banca centrale europea avrebbe permesso ai partiti di sospendere programmi e promesse elettorali, presentando il compromesso come un sacrificio necessario per salvare il Paese.

Cacciari e l’ideale politico del Novecento

In un’intervista pubblicata da La Stampa, il filosofo Massimo Cacciari, riferendosi alla probabile formazione di un governo presieduto da Mario Draghi, dichiarò:

L’intervista a Massimo Cacciari individuava nella scelta di Draghi la prova dell’incapacità dei partiti di produrre autonomamente una soluzione politica alla crisi.

Niente affatto!

Il candore etico e la coerenza del ragionamento di Cacciari appartengono a un idealismo quasi eroico. Sono valori legati alla cultura politica del Novecento, quando i politici aspiravano a fare la Storia ed erano disposti, almeno idealmente, a sacrificare la propria vita per le idee nelle quali credevano.

Oggi, forse fortunatamente, non è più così.

I partiti che avrebbero sostenuto il governo Draghi, anche rinunciando agli obiettivi precedentemente proclamati, si sarebbero presentati come salvatori della patria in un grave momento di emergenza nazionale e internazionale.

Il nuovo governo avrebbe consentito loro di giustificare davanti agli elettori la sospensione delle promesse elettorali già disattese. In questo modo, Draghi e i politici di professione avrebbero trovato un punto d’incontro: il primo chiamato a governare l’emergenza, i secondi autorizzati a rinviare i propri programmi.


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Governo Draghi e partiti: il congelamento delle ideologie

Sovranisti, populisti, sostenitori della decrescita felice, ambientalisti, neofascisti e neocomunisti; democratici di destra, di sinistra e di centro: tutti avrebbero potuto compiere il nobile gesto di congelare i propri obiettivi politici, sia quelli di sistema sia quelli dichiaratamente antisistema.

L’emergenza imponeva un compromesso necessario. Gli antieuropeisti avrebbero rinunciato al progetto di portare l’Italia fuori dall’Unione europea, abbandonare l’euro e reintrodurre la vecchia lira.

Forse, del resto, non erano mai stati davvero convinti di farlo.

Avrebbero comunque dichiarato di aver rinunciato alle proprie battaglie per salvare il Paese dalla pandemia e dalla bancarotta. Anche molti dei loro elettori non avevano mai seriamente immaginato di uscire dall’euro, mettendo a rischio i risparmi accumulati con fatica.

Il rapporto tra Draghi e i politici di professione avrebbe così prodotto un effetto singolare: il presidente del Consiglio incaricato avrebbe offerto ai partiti contemporaneamente un alibi e un possibile capro espiatorio.

Draghi come capro espiatorio universale

Se il nuovo governo avesse adottato provvedimenti necessari, ma giudicati troppo subordinati alle indicazioni della cosiddetta troika o dei “poteri forti”, la responsabilità sarebbe stata attribuita a Draghi.

Se, invece, le sue misure avessero prodotto nuove disuguaglianze, tanto la destra quanto la sinistra avrebbero indicato il presidente del Consiglio come responsabile delle ingiustizie.

I partiti avrebbero riservato a sé stessi gli eventuali meriti per aver impedito al Paese di precipitare nel baratro, attribuendo a Draghi il costo politico delle decisioni più impopolari.

Questa poteva diventare la relazione più conveniente tra Draghi e i politici di professione: condividere i successi e scaricare sul presidente del Consiglio le responsabilità dei fallimenti.

Una volta superata l’emergenza, le forze populiste di destra e di sinistra avrebbero potuto riprendere l’attacco alle istituzioni liberaldemocratiche con rinnovato vigore.

Non per abbatterle in nome di qualcosa di totalmente Altro o del “sol dell’avvenire”, ma per conservare, insieme alle tanto criticate istituzioni, il proprio mestiere di governanti oppure di oppositori, secondo un collaudato gioco delle parti.

Draghi e i politici di professione nel nuovo secolo

La maggioranza dei politici di professione del XXI secolo non possiede un’ideologia per la quale sarebbe disposta a morire.

Persegue soprattutto l’interesse immediato della propria formazione politica e, non di rado, quello personale. Il mantenimento del consenso, della visibilità e della posizione conquistata prevale sulla realizzazione di un progetto storico.

La politica contemporanea privilegia l’apparizione nei talk show, la presenza sui social e la ricerca di migliaia di “mi piace”. Non richiede più di rischiare la vita sulle barricate, ma di controllare la comunicazione e restare costantemente visibili.

La maggioranza dei politici del nostro secolo non intende fare la Storia. Preferisce godere, il più a lungo possibile, della rendita assicurata da una posizione di governo o di opposizione.

Draghi e i politici di professione sarebbero stati, quindi, protagonisti di un accordo conveniente per quasi tutti. Draghi avrebbe assunto il peso delle decisioni difficili; i partiti avrebbero conservato il proprio ruolo, in attesa di tornare a dividersi quando l’emergenza fosse terminata.

In fondo, si guadagna bene ed è sempre meglio che andare a lavorare.

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Ludovico Martello
Ludovico Martello
Saggista. Si è laureato in Sociologia presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell'Università degli Studi di Napoli Federico II. Autore di numerosi saggi sul processo di Modernizzazione. E' stato ricercatore a contratto presso la Luiss Guido Carli di Roma, ha insegnato Filosofia della politica, con contratto annuale, presso l'Università degli Studi del Sannio. Cofondatore dei magazine web "PoliticaMagazine.info” e "PoliticaMagazine.it”

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