La prima pandemia nel “villaggio globale”

La pandemia nel villaggio globale trasforma il Covid-19 in uno spettacolo mediatico tra paura, informazione continua e ricerca del consenso.

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La pandemia nel villaggio globale non somiglia alle grandi epidemie del passato. Se pensiamo all’influenza del 1918-1919 e alle epidemie che l’hanno preceduta, potremmo immaginare di affrontare anche il Covid-19 senza modificare profondamente le nostre esistenze. In passato, infatti, le popolazioni accettavano spesso queste tragedie con rassegnazione, attribuendole a un’ignota volontà superiore.

La pandemia influenzale del 1918-1919 rappresenta uno dei precedenti più drammatici. Secondo la ricostruzione storica dei Centers for Disease Control and Prevention, contagiò circa un terzo della popolazione mondiale e provocò almeno 50 milioni di morti.

Oggi, tuttavia, non possiamo più vivere una pandemia con la stessa rassegnazione. Tre motivi spiegano questa differenza.

La pandemia nel villaggio globale

Il primo motivo riguarda la perdita della credenza in una volontà superiore. Le società contemporanee non interpretano più la malattia e la morte come manifestazioni di un destino imperscrutabile al quale occorre sottomettersi.

Al contrario, pretendiamo dalla medicina, dalla scienza e dalla politica risposte immediate. Non accettiamo che un evento naturale possa sfuggire al controllo umano e consideriamo ogni sconfitta come la conseguenza di un errore, di un ritardo o di una responsabilità.

Il secondo motivo riguarda la Rete e le televisioni. I mezzi di comunicazione hanno ridotto il pianeta a quel “villaggio globale” descritto da Marshall McLuhan, nel quale tutti osservano e commentano ogni avvenimento.

La spettacolarizzazione del Covid-19 nasce anche da questa comunicazione incessante. Le trasmissioni trasformano il fenomeno pandemico in una fonte di marketing e fanno di noi, contemporaneamente, protagonisti, spettatori e consumatori dei prodotti consigliati dagli intermezzi pubblicitari per alleviare le nostre angosce.


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Tre motivi che cambiano la nostra esperienza

Il terzo motivo riguarda il nostro rapporto con la morte. Non accettiamo più la fine della vita con l’antica rassegnazione naturalistica. Il rifiuto della morte ha assunto la forma di una sfida e combattiamo con tutte le forze, attraverso la scienza, per vivere anche un solo minuto in più.

La pandemia globale ci coinvolge così in una sorta di spettacolo mondiale: un panshow mediatico e interattivo nel quale ciascuno partecipa con le proprie emozioni, opinioni e paure.

La televisione aggiorna continuamente il numero dei contagi, dei ricoveri e dei decessi. Intanto, i social network moltiplicano commenti, immagini, accuse e testimonianze personali. La pandemia nel villaggio globale diventa anche un flusso informativo dal quale risulta sempre più difficile allontanarsi.

Questa esperienza mostra il significato assunto dalla resilienza durante la pandemia, intesa come capacità individuale e collettiva di assorbire le restrizioni e adattarsi ai cambiamenti.

La pandemia mediatica e il panshow mondiale

Catturati da questa nuova forma di pandemia mediatica, potremmo trovare difficile uscire dalla Rete, quasi si trattasse di una dipendenza dolorosa. Il bisogno di aggiornamenti continui rischia di sopravvivere persino alla fine dell’emergenza sanitaria.

Di questo passo, in un futuro prossimo, potremmo partecipare ad altri alienanti riti collettivi mondiali. I mezzi di comunicazione potrebbero informarci quotidianamente sul numero delle persone morte negli incidenti stradali. Ciascuno potrebbe allora rallegrarsi di essere ancora vivo almeno per un altro giorno.

Allo stesso modo, televisioni e social potrebbero aggiornare minuto per minuto il numero dei suicidi nel mondo. Ogni spettatore potrebbe sentirsi fiero di avere scelto la vita almeno fino al comunicato successivo.

La spettacolarizzazione del Covid-19 potrebbe quindi diventare il modello per raccontare ogni futura tragedia collettiva. Speriamo che ciò non accada. La morte di ogni essere umano non deve ridursi a un dato elaborato da un algoritmo per organizzare un talk show con un elevato indice di ascolto e numerosi spazi pubblicitari.

Quando l’informazione trasforma ogni tragedia in spettacolo, il dolore concreto delle persone rischia di scomparire dietro grafici, percentuali e bollettini.

La politica deve riprendere il timone

Intanto, ci lamentiamo come bambini capricciosi e viziati per le libertà perdute, spesso incuranti di chi non riesce a sopravvivere alla malattia o alle sue conseguenze economiche e sociali.

La pandemia globale richiede invece responsabilità, solidarietà e capacità di governo. La politica deve tornare a guidare la società e smettere di lasciarsi governare dai sondaggi elettorali.

La pandemia nel villaggio globale non può dipendere soltanto dagli indici di ascolto, dalle reazioni sui social o dalla ricerca del consenso immediato. I governanti scelgano una rotta per uscire dalla tempesta e mantengano saldo il timone.

Non cerchino il consenso di tutti su ogni decisione, perché una nave senza direzione rischia di diventare ingovernabile e di consegnare il proprio equipaggio al caos.

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Ludovico Martello
Ludovico Martello
Saggista. Si è laureato in Sociologia presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell'Università degli Studi di Napoli Federico II. Autore di numerosi saggi sul processo di Modernizzazione. E' stato ricercatore a contratto presso la Luiss Guido Carli di Roma, ha insegnato Filosofia della politica, con contratto annuale, presso l'Università degli Studi del Sannio. Cofondatore dei magazine web "PoliticaMagazine.info” e "PoliticaMagazine.it”

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