Il femminismo di facciata può nascondersi anche dietro le parole di un uomo convinto di sostenere i diritti delle donne. Me ne sono resa conto durante la mia ora libera, mentre prendevo un caffè con un collega, in uno dei piccoli momenti di normalità di una giornata trascorsa tra mascherine e disinfettanti.
La giornata era particolarmente calda per essere marzo. Sul tavolino del bar era appoggiato un giornale che riportava l’ennesimo bollettino sui contagi. Il mio collega ne sfogliava distrattamente le pagine quando si è soffermato sulla pubblicità di un noto marchio di intimo femminile.
A tutta pagina campeggiava il corpo perfetto e ammiccante di una modella. Dopo aver osservato l’immagine, il mio collega mi ha guardata e ha detto:
«È per questo che le donne non riescono a occupare posti di rilievo in politica».
La mia espressione interrogativa lo ha incoraggiato a continuare:
«Se le donne si prestano a questo tipo di utilizzo, non fanno altro che perpetuare lo stereotipo della donna oggetto».
Gli ho risposto che si trattava di una pubblicità di intimo e che, probabilmente, non sarebbe stata altrettanto efficace se la testimonial non fosse apparsa seducente. Improvvisamente, però, ero diventata io la donna frivola e priva di principi, mentre lui assumeva il ruolo del convinto sostenitore della causa femminista.
È stato in quel momento che mi sono trovata davanti a un esempio di femminismo di facciata.
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L’uomo che spiega alle donne come liberarsi
Il mio collega ha voluto spiegarmi che noi donne dovremmo prendere coscienza del nostro valore e della nostra importanza nella società. Secondo lui, se fossimo più impegnate, riusciremmo finalmente a ottenere il posto che ci spetta.
Ha precisato di rispettare e sostenere le donne, ma ha aggiunto che gli uomini non ci prenderanno mai sul serio finché continueremo a mercificare il nostro corpo.
Ho bevuto il mio caffè amaro — e non è una metafora — prima di rispondergli.
Gli ho fatto notare che ciò che può nuocere alle donne è proprio il comportamento di uomini come lui: uomini convinti di essere femministi, ma ancora incapaci di riconoscere alle donne una piena autonomia di giudizio.
Il femminismo di facciata si manifesta quando un uomo crede di dover spiegare alle donne come dovrebbero comportarsi, quali scelte dovrebbero compiere e quale significato attribuire al proprio corpo.
I peggiori maschilisti, talvolta, sono proprio quelli che si considerano femministi. Sono coloro che pensano di doverci spiegare che viviamo ancora in una condizione di minorità imputabile, almeno in parte, alle nostre stesse decisioni.
Sentono il bisogno paternalistico di indicarci la strada e di condurci per mano, come se non fossimo ancora capaci di comprendere che cosa sia giusto per noi e che cosa vogliamo fare dei nostri cervelli, dei nostri corpi e delle nostre vite.
Una modella danneggia i diritti delle donne?
La presenza di una modella in una pubblicità di intimo limita davvero la lotta per i diritti delle donne, che sono innanzitutto diritti umani?
Una modella o un’influencer può essere considerata anche una moderna Mirandolina: una donna consapevole delle proprie qualità, capace di utilizzarle nel proprio lavoro e di raggiungere attraverso di esse un’indipendenza economica.
Questo non significa ignorare il modo in cui la pubblicità può ricorrere agli stereotipi o trasformare il corpo femminile in uno strumento commerciale. Significa, però, riconoscere che non spetta a un uomo stabilire automaticamente se la scelta di una donna rappresenti emancipazione, sfruttamento o entrambe le cose.
Il punto non è formulare un giudizio universale sul lavoro delle modelle. Il punto è riconoscere alle donne la capacità di decidere e di interpretare autonomamente le proprie scelte.
Anche qui emerge la contraddizione del femminismo di facciata: sostenere di voler liberare le donne e, nello stesso tempo, negare loro la libertà di scegliere come utilizzare la propria immagine.
Il paternalismo maschile nella lotta femminista
Il falso femminista vede le donne come creature fragili e oppresse, quasi fossero gravate dal loro stesso essere donne. Anche quando dichiara di volerle sostenere, continua a definirle attraverso il proprio punto di vista.
Come scrisse Simone de Beauvoir ne Il secondo sesso, «l’uomo definisce la donna non in quanto tale, ma in relazione a se stesso». Il pensiero della filosofa francese, illustrato anche dall’Enciclopedia Treccani, mostra come la donna sia stata storicamente collocata nella posizione dell’“Altro”, subordinata a un soggetto maschile considerato universale.
Nella battaglia per l’uguaglianza può inserirsi anche l’uomo narcisista, incapace di lasciare alle donne la libertà di agire e desideroso di assumere il ruolo del protagonista.
Il femminismo di facciata non elimina il paternalismo: gli assegna semplicemente un linguaggio nuovo e apparentemente progressista. L’uomo non ordina più apertamente alla donna che cosa debba fare, ma pretende comunque di educarla e di guidarla verso una libertà definita secondo criteri maschili.
Essere alleati senza diventare protagonisti
Un uomo, per quanto possa impegnarsi, non potrà sperimentare pienamente che cosa significhi essere donna in una società ancora attraversata da disuguaglianze e pregiudizi.
Viviamo in un Paese nel quale è necessario mantenere politiche e istituzioni dedicate alle pari opportunità. Ciò dimostra che l’uguaglianza formale prevista dalla legge non sempre si traduce in un’effettiva uguaglianza nella società, nel lavoro e nella vita quotidiana.
Questo non significa che gli uomini debbano essere esclusi dalla lotta per i diritti delle donne. Il loro contributo è importante, ma deve concretizzarsi nei comportamenti quotidiani: rispettare le scelte delle donne, condividere responsabilità e opportunità, contrastare discriminazioni e violenze e mettere in discussione i privilegi ancora esistenti.
Un vero alleato ascolta prima di parlare. Sostiene senza appropriarsi della lotta e interviene contro il maschilismo senza presentarsi come il salvatore delle donne.
Oltre il femminismo di facciata
Combattere il femminismo di facciata significa riconoscere che le donne non hanno bisogno di un timoniere che indichi loro la direzione. Possono definire autonomamente le proprie aspirazioni, il rapporto con il corpo, il lavoro e il ruolo che desiderano occupare nella società.
Gli uomini possono accompagnare questo percorso, ma non devono dirigerlo. Possono contribuire a rimuovere gli ostacoli, senza sostituirsi alle donne e senza trasformare il loro sostegno in una nuova forma di controllo.
Noi donne sappiamo bene dove vogliamo arrivare. Il percorso verso una reale uguaglianza è ancora lungo e complicato, ma non abbiamo bisogno che qualcuno ci conduca per mano.
Abbiamo bisogno che nessuno ci impedisca di camminare.