Sarebbe pretenzioso esprimersi sulla gestione dei vaccini e, in particolare, sulla sicurezza del controverso vaccino AstraZeneca senza possedere le necessarie competenze mediche. Significherebbe cadere in uno dei comportamenti più diffusi nella società di massa: parlare di ciò che non si conosce e formulare giudizi senza disporre degli strumenti adeguati.
Il mio ragionamento si fermerà, pertanto, nell’ambito delle scienze umane e, soprattutto, della politica. Non spetta a me stabilire se quel vaccino sia sicuro ed efficace. Su questo occorre affidarsi alle valutazioni delle autorità scientifiche e sanitarie competenti, evitando di lasciarsi trascinare da un’opinione pubblica spesso dominata dall’emotività.
Il 18 marzo 2021, l’Agenzia europea per i medicinali concluse che i benefici del vaccino AstraZeneca continuavano a superarne i rischi, pur raccomandando ulteriori verifiche sui rarissimi casi di trombosi associati a un basso numero di piastrine.
I problemi della gestione dei vaccini
Le principali criticità riguardano la gestione dei vaccini da parte delle istituzioni europee e italiane. Per evidenziarle non serve una preparazione farmaceutica: è sufficiente osservare quanto stava accadendo nel marzo 2021.
Le grandi aziende con le quali l’Unione Europea aveva sottoscritto i contratti non riuscivano a rispettare le consegne previste. La capacità produttiva era stata sovrastimata e questo provocava un significativo rallentamento della campagna vaccinale.
Non era una questione secondaria. Rimandare la somministrazione delle dosi significava prolungare l’emergenza e rischiare di compromettere gli sforzi compiuti. Inoltre, la diffusione delle varianti rendeva ancora più urgente una strategia rapida e coordinata.
Se si voleva davvero contenere il virus, non c’era tempo da perdere. In caso contrario, la campagna vaccinale avrebbe rischiato di trasformarsi nell’ennesima operazione propagandistica fatta di slogan, spot e simboli, senza risultati proporzionati alle promesse.
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Gestione dei vaccini e risposta globale
Anche una campagna vaccinale efficace nei Paesi occidentali non sarebbe stata sufficiente. Un virus diffuso in tutto il mondo richiedeva una risposta altrettanto globale, capace di coinvolgere anche i Paesi economicamente più deboli.
La solidarietà internazionale non rappresentava soltanto un dovere morale, ma anche un interesse concreto delle nazioni più ricche. Lasciare vaste aree del pianeta prive di vaccini avrebbe favorito la circolazione del virus e la possibile comparsa di nuove varianti.
Una corretta gestione dei vaccini avrebbe quindi dovuto comprendere anche la loro distribuzione nei Paesi più poveri. Nessuno Stato avrebbe potuto considerarsi realmente al sicuro mentre il virus continuava a circolare liberamente in altre parti del mondo.
L’alternativa sarebbe stata quella di chiudersi dietro le frontiere, ricorrendo a controlli e certificati sanitari. Sarebbe stato però ingenuo pensare che simili misure potessero garantire una protezione duratura.
Il coronavirus mostrava il volto oscuro della globalizzazione: poteva viaggiare sui mezzi dei migranti, ma anche sui voli in prima classe. Una minaccia globale doveva quindi essere affrontata con strumenti politici e sanitari all’altezza della sua dimensione.
Ricerca pubblica e strategia vaccinale europea
La gestione dei vaccini rappresentava anche una cartina di tornasole per valutare il funzionamento dei sistemi politici nell’età tecnocratica.
Paesi come Cina, Russia e Cuba avevano sostenuto direttamente lo sviluppo dei propri vaccini attraverso strutture pubbliche o controllate dallo Stato. Le nazioni occidentali, invece, avevano puntato prevalentemente sulle imprese farmaceutiche private.
Questa scelta era coerente soltanto in apparenza con le regole del libero mercato. Gli Stati, infatti, non si erano limitati ad acquistare i vaccini, ma avevano contribuito anche al finanziamento della ricerca.
Nel libero mercato l’imprenditore investe il proprio capitale assumendosi un rischio, nella speranza di ottenere un profitto. Nel caso dei vaccini, invece, una parte del rischio era stata sostenuta dal settore pubblico, mentre i profitti rimanevano prevalentemente privati.
I finanziamenti statali, inoltre, non sempre si erano tradotti in prezzi particolarmente favorevoli o nella disponibilità delle dosi promesse. La strategia vaccinale europea mostrava così tutte le contraddizioni di un sistema nel quale il potere economico delle grandi aziende poteva prevalere sulla capacità politica degli Stati.
Brevetti e interesse collettivo
Le aziende detenevano il sapere tecnico necessario alla produzione dei vaccini e si trovavano, pertanto, in una posizione di forza. Lo stesso problema riguarda numerose infrastrutture strategiche, comprese quelle legate alle tecnologie digitali e alla gestione delle reti.
Gli ordinamenti europei disponevano di strumenti giuridici, come le licenze obbligatorie o, in condizioni particolari, l’espropriazione dei brevetti. Tuttavia, le istituzioni non sembravano intenzionate a utilizzarli.
Anche sotto questo profilo, la gestione dei vaccini avrebbe richiesto una maggiore capacità d’intervento da parte delle istituzioni europee.
Si verificava così un evidente paradosso: gli Stati erano pronti a imporre pesanti limitazioni alle libertà individuali per proteggere la salute pubblica, ma apparivano molto più prudenti quando si trattava di chiedere un sacrificio economico ai grandi produttori farmaceutici.
Non si propone di abolire la ricerca privata né di impedire alle aziende di ottenere un legittimo guadagno. Occorre però domandarsi se sia stato ragionevole escludere, fin dall’inizio, un maggiore investimento nella ricerca pubblica europea.
Le università e i laboratori pubblici disponevano di competenze scientifiche sulle quali sarebbe stato possibile puntare. Finanziare quasi esclusivamente le imprese private fu anche una scelta politica e ideologica, non una conseguenza inevitabile.
La geopolitica dei vaccini
Anche la competizione intorno al vaccino russo Sputnik V aveva una dimensione geopolitica. La Russia intendeva utilizzare il proprio vaccino come strumento di influenza internazionale, mentre una parte delle istituzioni europee guardava alla sua diffusione con diffidenza.
Non si tratta di idealizzare il modello russo, cinese o cubano. Si tratta, piuttosto, di analizzare i limiti del modello occidentale e di chiedersi se un diverso equilibrio tra iniziativa privata e intervento pubblico avrebbe potuto offrire risultati migliori.
La gestione dei vaccini non riguardava, dunque, soltanto la medicina. Coinvolgeva la sovranità degli Stati, i rapporti tra politica ed economia e la capacità dell’Europa di proteggere un interesse collettivo.
La paura e il rifiuto della scienza
Un altro problema della gestione dei vaccini riguardava il rischio che le poche dosi disponibili rimanessero inutilizzate a causa di una campagna di sfiducia alimentata da persone prive di competenze scientifiche.
Le preoccupazioni legittime dovevano essere esaminate dalle autorità sanitarie. Diverso era trasformare dubbi e timori in un rifiuto pregiudiziale della medicina. L’ideologia no vax manifestava spesso una diffidenza verso la scienza che rischiava di assumere caratteri oscurantisti.
Per un anno molti cittadini si erano lamentati delle restrizioni. Quando il vaccino aveva offerto una possibile via d’uscita, erano sorte nuove resistenze. L’emotività collettiva sembrava oscillare continuamente tra il panico e la rimozione del pericolo.
Politica dei vaccini e responsabilità dello Stato
Nel marzo 2021, il dibattito sulla gestione dei vaccini comprendeva anche la possibile introduzione dell’obbligo vaccinale, soprattutto per alcune categorie professionali.
Lo Stato aveva limitato la libertà di milioni di cittadini invocando la tutela della salute pubblica. Allo stesso tempo, esitava a intervenire nei confronti degli operatori sanitari che rifiutavano la vaccinazione, nonostante il rischio potenziale per le persone con le quali entravano in contatto.
L’articolo 32 della Costituzione consente l’introduzione di trattamenti sanitari obbligatori attraverso una legge, nel rispetto della persona umana. La questione, quindi, non era priva di strumenti costituzionali e richiedeva una decisione politica trasparente.
Le istituzioni sembravano mostrare grande determinazione nel chiudere attività e limitare gli spostamenti, ma molta più debolezza quando dovevano individuare una possibile soluzione strutturale.
Tra panico e rimozione
La sensazione era che la società fosse prigioniera delle proprie paure. Il lockdown indiscriminato della primavera 2020 e il successivo “liberi tutti” dell’estate rappresentavano due reazioni opposte, ma originate dalla medesima difficoltà di affrontare razionalmente il pericolo.
Anche il panico nei confronti dei vaccini poteva essere considerato una conseguenza della stessa ipocondria collettiva. Nelle reazioni delle istituzioni e dei cittadini era difficile trovare un punto di equilibrio.
La pandemia aveva riaperto una voragine che il progresso sembrava aver colmato: la paura della morte. Il benessere occidentale aveva alimentato l’illusione che la sofferenza potesse essere progressivamente eliminata e che la medicina fosse destinata a offrire una vita sempre più lunga.
La scienza, tuttavia, non è una religione e non può promettere l’immortalità. Può curare, prevenire e migliorare la vita, ma non può cancellare la finitezza dell’essere umano.
Il vaccino non è un salvatore
Il lockdown aveva rappresentato un duro colpo psicologico per una società abituata a confidare nella potenza della tecnica. La paura improvvisa della morte può spiegare perché molte persone accettarono anche limitazioni poco comprensibili durante la primavera del 2020.
La stessa paura può contribuire a spiegare il rifiuto irrazionale del vaccino. Persino le folle della movida estiva non rappresentavano una vera negazione del Covid-19, ma il tentativo di rimuovere il pensiero della morte e di recuperare rapidamente le abitudini precedenti.
Se la morte è l’interrogativo dal quale non possiamo fuggire, neppure il vaccino può costituire una risposta definitiva. Era però necessario affidarsi all’intelligenza umana e alla ricerca scientifica per superare la fase più drammatica dell’emergenza.
Il virus poteva mutare e rendere meno efficace un vaccino. In futuro sarebbe potuto comparire un agente patogeno completamente diverso. Ci trovavamo di fronte a una stagione sconosciuta, ricca di pericoli, opportunità e nuove sfide.
Una diversa gestione dei vaccini, sostenuta dalla ricerca pubblica e da una più efficace cooperazione internazionale, avrebbe forse consentito di affrontare l’emergenza con maggiore equilibrio.
Occorrevano realismo ed equilibrio: non bisognava lasciarsi dominare dall’ansia, ma neppure rifugiarsi in un ottimismo ingenuo. Il vaccino non era un complotto, ma non era neanche un salvatore. Era uno strumento della scienza e, come tale, doveva essere utilizzato con razionalità, responsabilità e consapevolezza politica.