Cantiere Europa: quale futuro dopo la pandemia?

Il futuro dell’Unione Europea tra pandemia, PNRR, debito pubblico e sovranismi: NextGenerationEU costruirà un’Europa politica?

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Il futuro dell’Unione Europea tra pandemia, debito pubblico, Recovery Plan e sovranismi. Il progetto comunitario riuscirà a trasformarsi in un’autentica unione politica?

Che ne sarà del progetto di unificazione europea dopo gli effetti devastanti della pandemia? A che punto si trova il futuro dell’Unione Europea?

La risposta più immediata non può che essere severa: il progetto europeo appare ancora incompleto, attraversato da contraddizioni politiche, economiche e istituzionali che la crisi sanitaria ha reso ancora più evidenti.

Il futuro dell’Unione Europea dopo Maastricht

Nel 1992 dodici Paesi firmarono il Trattato di Maastricht, ponendo le basi dell’Unione Europea e della futura moneta unica. L’euro nacque ufficialmente nel 1999 come valuta contabile, mentre banconote e monete entrarono in circolazione il 1° gennaio 2002.

A quasi trent’anni da Maastricht e a circa vent’anni dall’introduzione materiale dell’euro, l’Europa non ha però completato la propria unificazione politica.

Parafrasando la celebre definizione attribuita a Metternich sull’Italia dell’Ottocento, l’Europa rischia di rimanere una semplice “espressione geografica”, tenuta insieme dalla moneta unica e da interessi economici comuni.

L’Unione possiede istituzioni condivise, un Parlamento eletto dai cittadini, una Commissione, un sistema giuridico e un mercato comune. Non costituisce però uno Stato federale e non dispone di una politica fiscale, sociale e militare pienamente sovranazionale.

Il progetto di unificazione europea e la moneta comune

Nel progetto di unificazione europea, l’euro rappresenta una delle maggiori conquiste raggiunte dagli Stati membri. Tuttavia, resta una moneta condivisa da Stati che conservano bilanci pubblici, sistemi fiscali e politiche economiche differenti.

L’Europa monetaria ha quindi proceduto più velocemente dell’Europa politica. La Banca centrale europea governa la moneta, ma non esiste un vero governo federale dotato di un bilancio paragonabile a quello di uno Stato.

Questa separazione alimenta squilibri tra Paesi con economie, livelli di produttività e debiti pubblici molto diversi. Nei momenti di crisi, l’assenza di una completa unione fiscale rende più difficile una risposta rapida e solidale.

I sovranismi di destra e di sinistra ostacolano inoltre il trasferimento di nuovi poteri alle istituzioni comunitarie. Nel 2005 Francia e Paesi Bassi respinsero attraverso due referendum il progetto di Costituzione europea. Nel 2016 il Regno Unito votò invece a favore dell’uscita dall’Unione.

Il futuro dell’Europa tra globalizzazione e disuguaglianze

Il futuro dell’Europa dipende anche dalla posizione del suo sistema produttivo all’interno dell’economia globalizzata. Numerose imprese hanno trasferito parte della produzione nei Paesi in cui il lavoro costa meno e le tutele sociali risultano più deboli.

Questo processo ha favorito la disponibilità di merci a basso costo, ma ha anche contribuito alla perdita di attività industriali e posti di lavoro in alcune regioni europee. La disoccupazione, l’indebolimento dei ceti medi e l’aumento delle disuguaglianze hanno alimentato sfiducia verso le istituzioni comunitarie.

L’Europa ha beneficiato della globalizzazione, ma non sempre è riuscita a proteggere i lavoratori e i territori maggiormente colpiti dalle trasformazioni economiche. Di conseguenza, una parte della popolazione percepisce l’Unione come un sistema al servizio dei mercati finanziari più che dei cittadini.

La prova dei vaccini contro il Covid-19

La pandemia ha condizionato il futuro dell’Unione Europea, mostrando la fragilità della sua capacità industriale e sanitaria. Nelle prime fasi della campagna vaccinale, gli Stati membri incontrarono difficoltà nelle forniture e procedettero con criteri differenti nella distribuzione delle dosi.

Non è tuttavia corretto affermare che l’Europa non abbia partecipato alla produzione dei vaccini. Il vaccino Pfizer-BioNTech nacque dalla ricerca della società tedesca BioNTech, mentre numerosi stabilimenti europei contribuirono alla produzione delle dosi.

Il Regno Unito sviluppò, attraverso l’Università di Oxford e AstraZeneca, uno dei vaccini più utilizzati nella prima fase della pandemia. Anche Stati Uniti, Russia e Cina produssero propri vaccini e adottarono strategie nazionali.

La debolezza europea riguardò soprattutto la frammentazione delle competenze sanitarie, ancora affidate in larga parte ai singoli Stati. Le differenze nelle raccomandazioni, nelle fasce di età e nei tempi di somministrazione trasmisero ai cittadini un’immagine di incertezza e disordine.


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Recovery Plan e futuro dell’Unione Europea

La pandemia impose la sospensione temporanea delle regole del Patto di stabilità e crescita. Gli Stati aumentarono la spesa pubblica per sostenere famiglie, imprese e servizi sanitari, provocando una forte crescita dei debiti nazionali.

L’Unione rispose con NextGenerationEU, il grande programma europeo per finanziare investimenti e riforme. Il piano fu finanziato attraverso debito contratto dalla Commissione europea sui mercati per conto dell’Unione.

Il meccanismo rappresentò una svolta: per la prima volta l’Europa raccolse risorse comuni su una scala così ampia. Non si trattava però soltanto di nuovo debito nazionale. Una parte delle somme veniva concessa agli Stati sotto forma di sovvenzioni, mentre un’altra parte consisteva in prestiti da restituire.

Il piano europeo per la ripresa prevedeva complessivamente 750 miliardi di euro ai prezzi del 2018, equivalenti a oltre 800 miliardi a prezzi correnti.

Il PNRR italiano nel cantiere Europa

L’Italia presentò il proprio Piano nazionale di ripresa e resilienza, destinando le risorse soprattutto alla transizione ecologica, alla digitalizzazione, alle infrastrutture, all’istruzione e alla sanità.

Il piano originario disponeva di circa 191,5 miliardi di euro provenienti dal principale meccanismo europeo: quasi 69 miliardi in sovvenzioni e circa 122,6 miliardi in prestiti.

Non tutte le risorse costituivano quindi debito diretto per lo Stato italiano. Tuttavia, la consistente quota di prestiti rendeva decisiva la qualità degli investimenti.

Se impiegate per aumentare produttività, occupazione e capacità industriale, le risorse potevano favorire la crescita necessaria a sostenere il debito. Se disperse in interventi improduttivi, avrebbero lasciato alle nuove generazioni ulteriori obblighi finanziari senza creare un’economia più solida.

Che ne sarà dei debiti degli Stati?

La domanda centrale rimane inevitabile: come potranno gli Stati europei onorare debiti pubblici cresciuti enormemente durante la pandemia?

Recovery Plan e titoli europei possono attenuare gli effetti immediati della crisi, ma non risolvono automaticamente il problema dei debiti nazionali accumulati nel corso dei decenni.

Gli Stati possono rifinanziare il debito, rimborsandolo gradualmente e sostituendo i titoli in scadenza con nuove emissioni. Questo sistema può durare a lungo, ma richiede crescita economica, fiducia dei mercati e interessi sostenibili.

Quando la crescita rimane debole e il debito continua ad aumentare, una parte crescente delle risorse pubbliche rischia di finanziare interessi anziché servizi, investimenti e protezione sociale.

Annullare i debiti per salvare l’Europa?

Una soluzione radicale consisterebbe nell’annullamento o nella ristrutturazione di una parte dei debiti pubblici. Una scelta del genere incontra però ostacoli giuridici, economici e politici molto rilevanti.

La cancellazione potrebbe produrre perdite per banche, fondi, risparmiatori e istituzioni che possiedono titoli pubblici. Inoltre, i trattati europei vietano alla Banca centrale di finanziare direttamente gli Stati.

Il problema politico sollevato dalla proposta resta tuttavia valido: l’Europa non può chiedere alle nuove generazioni di sostenere indefinitamente il peso delle crisi passate senza offrire crescita, lavoro, welfare e una maggiore uguaglianza.

Occorre quindi almeno discutere una gestione comune e sostenibile del debito, accompagnata da investimenti produttivi, risorse proprie europee e strumenti permanenti di solidarietà fiscale.

Il cantiere Europa e la prossima generazione

Il futuro dell’Unione Europea non dipende soltanto dalla quantità di denaro distribuita attraverso il Recovery Plan. Dipende dalla capacità di trasformare una risposta temporanea alla pandemia in un progetto politico duraturo.

L’Europa deve decidere se rimanere una comunità economica tenuta insieme dalla moneta oppure diventare una vera unione politica, capace di condividere responsabilità fiscali, politiche sociali, sicurezza e difesa.

NextGenerationEU porta nel nome una promessa rivolta ai giovani. Ma che cosa offrirà realmente alla prossima generazione: un’economia più moderna, sostenibile e giusta oppure soltanto un nuovo debito miliardario?

Senza una risposta comune, le disuguaglianze e la sfiducia continueranno ad alimentare i sovranismi nazionalistici. A quel punto, del cantiere Europa rischierebbero di rimanere soltanto le macerie

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Marco Cuomo
Marco Cuomohttps://www.politicamagazine.it
Marco Cuomo originario di Napoli, ancora ventenne comprende, fra i primi in Italia, le potenzialità culturali della Rete e fonda nel 2003 il sito giovanidubbiosi.it Negli anni, che seguono, il suo straordinario impegno editoriale prosegue incessante come fondatore e direttore di diversi siti : notiziamagazine.info,politicamagazine.info e politicamagazine.it Tutte le sue iniziative editoriali sono state autofinanziate, non hanno goduto, negli anni, né di finanziamenti pubblici né di finanziamenti privati e tuttora non perseguono fini di lucro. La scelta di questa autosufficienza economica ha consentito a Marco Cuomo una linea editoriale totalmente indipendente e gli ha permesso di pubblicare contenuti finalizzati alla ricerca della verità senza cedere a condizionamenti e lusinghe di natura ideologica, politica o economica. Una tale autonomia intellettuale ha consentito alle iniziative editoriali di Marco Cuomo di avvalersi della collaborazione di docenti universitari ed esperti internazionali di diversi orientamento ma tutti animati, nei loro contributi, da uno spirito umanistico caratterizzato unicamente dall'amore per la ricerca scientifica. Autore, egli stesso, Marco Cuomo ha pubblicato articoli e inchieste di grande successo, alcune seguite da più di un milione di lettori come l'inchiesta sul tema del lavoro “Cercare lavoro costa troppo” pubblicata nel 2005 e ripresa da Virgilio. It e da libero.it. Attualmente Marco Cuomo è impegnato nella elaborazione di una nuova pubblicazione che, ancora più multidisciplinare, possa ospitare contributi per il dibattito e la divulgazione delle recenti conoscenze scientifiche nei nuovi campi della conoscenza che avanza incessante e ad un ritmo sempre più accelerato.

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