6 minuti di lettura

Sarebbe pretenzioso esprimersi sulle vicende di questi giorni sbilanciandosi sulla bontà del controverso vaccino Astrazeneca e, del resto, assumere una posizione mi farebbe cadere nel peccato più comune che affligge la società di massa: parlare di una cosa che non si sa, sparare giudizi senza disporre delle competenze necessarie per farsi un’idea appropriata. Il mio discorso si arresterà, pertanto, al campo delle scienze umane ed in primis della politica. Non spetta a me decretare se quel siero così controverso sia efficiente dal punto di vista medico: può darsi che la scienza ne dimostri l’insostenibile pericolosità ma, fino a quel momento, mi attengo a ciò che è stato già detto dai soggetti preposti, competenti per legge e per dottrina ben più di me…e di un’opinione pubblica fin troppo emotiva.

Per quanto mi riguarda, i problemi sono altri. Sulla gestione dell’affare-vaccini, complessivamente, possono essere mosse critiche severe all’establishment comunitario ed italiano: per avanzare queste obiezioni non è necessaria una particolare preparazione in ambito farmaceutico. La cronaca, impietosa, ci ricorda che tutte le grandi case con cui l’Europa aveva siglato i contratti risultano, al momento, gravemente inadempienti. La capacità produttiva è stata sovrastimata e ciò comporta un significativo rallentamento della campagna vaccinale. Non è cosa da poco, perché rimandare troppo la somministrazione a tappeto delle dosi significa correre il rischio di vanificare gli sforzi iniziali: i primi che hanno ricevuto il vaccino potrebbero perdere l’immunità prima che sia raggiunta la fatidica soglia per l’immunità di gregge. È in atto una corsa contro il tempo per arrivare a questo obiettivo, al netto della diffusione delle varianti che, prima o poi, potrebbero non risultare ‘coperte’ dal medicinale. Se vogliamo davvero provare a stroncare il virus, non c’è tempo da perdere. Altrimenti ci saremmo subiti l’ennesima propaganda a base di spot, slogan e spillette che, in sostanza, non porta a niente. Fermo restando che, anche se tutto andasse bene, un virus globale necessiterebbe di un’azione globale per evitare casi di rientro che, inevitabilmente, si verificherebbero. Il terzo mondo non può restare alla finestra: essere solidali diventa anche nostro interesse. Altrimenti, non resterebbe che asserragliarsi dietro la frontiera con mille controlli e passaporti vaccinali: ma è un’ingenuità pensare che queste misure possano proteggerci a lungo. Piaccia o meno, il coronavirus è il volto oscuro della globalizzazione: viaggia sui barconi, ma non disdegna i voli in prima classe. Va affrontato con soluzioni all’altezza della sfida.

La strategia per contrastarlo, oltretutto, rappresenta una formidabile cartina di tornasole per verificare il funzionamento di un sistema politico nell’età tecnocratica. E qui occorre dire che la politica di Paesi come Cina e Russia (ma anche la piccola Cuba) si è mostrata diametralmente opposta a quella adottata da Stati Uniti, Gran Bretagna ed Unione Europea. Quegli ordinamenti autoritari hanno optato per il farmaco di Stato: BBIBP-CorV è stato sviluppato da Sinopharm, Sputnik V dal Centro nazionale di ricerca epidemiologica e microbiologica N. F. Gamaleja. I Paesi atlantici, fedeli al loro impianto liberista, hanno puntato sulle imprese private. Sennonché questa scelta è solo in apparenza coerente con le logiche del libero mercato, giacché i governi hanno lautamente pagato non solo l’acquisto del prodotto ma finanche la ricerca. La legge del mercato dice che, laddove l’imprenditore sente odore di guadagno, lì si fionda rischiando il proprio capitale, nella speranza di ottenerne profitto. Qui non solo il profitto era certo, ma l’investimento è stato fatto in buona parte con fondi pubblici, senza peraltro che ciò si traducesse in un prezzo di costo o perlomeno di favore (con l’esclusione proprio dell’economico Astrazeneca). In sostanza, le multinazionali coinvolte sono le vere beneficiarie della pandemia. Il funzionamento di questa impostazione (pseudo)liberista lascia evidentemente a desiderare; le case non riescono ad onorare i (poco chiari) contratti siglati con l’Unione e, ciononostante, non pagano alcuna penale. Invero, l’emergenza smaschera una dinamica in atto, ormai, da almeno vent’anni: i grandi centri di potere economico sovrastano il potere politico degli Stati, con buona pace della sovranità e dei diritti individuali. Il contraente forte è chi detiene il know-how (in questo caso la ricetta del vaccino, ma potremmo estendere il ragionamento ad altri mezzi strategici come quelli legati alla rete). Benché ci siano gli strumenti giuridici per l’espropriazione del brevetto (in Italia, l’art.121 Codice della proprietà industriale) nessuno, in Europa, ha avuto finora il coraggio di operare una scelta così coraggiosa in nome dell’interesse comune. In poche parole: siamo pronti a tollerare forti limitazioni dei diritti di libertà costituzionali con fonti del diritto di dubbia legittimità (i famigerati DPCM), ma non si è disposti ad imporre un sacrificio degli interessi economici dei grandi produttori con un provvedimento senz’altro ammissibile.

Bisognerebbe riflettere su quali siano, nel XXI secolo, le infrastrutture strategiche meritevoli di un monopolio o di una significativa presenza pubblica. Le priorità sono cambiate. Davvero la rete ferroviaria, per dirne una, è più strategica della ricerca sui vaccini? Nessuno vuol togliere ai privati la libertà di ricerca e, magari, di ricavarne guadagno: ma ha avuto senso escludere a priori, in tutta l’Unione, un serio investimento sulla ricerca pubblica? Come se le nostre università e i nostri laboratori non avessero cervelli eccellenti su cui puntare? Non conveniva, forse, puntare le proprie fiches anche sulla ben più disinteressata attività dei centri di ricerca dello Stato? Escluderli, per pompare milioni di euro nella casse dei privati, non è stato forse il frutto di una scelta, ancora una volta, ideologica? E non è forse tutta geopolitica la partita che la Commissione ha intrapreso per bloccare la diffusione del vaccino russo in Europa (ovviamente, geopolitici sono anche gli interessi di Putin in senso opposto)? Sono domande che occorre affrontare con serietà e senza soluzioni preconfezionate. Non si tratta di santificare il modello degli altri, ma di ripensare il nostro per correggerne le storture.

L’assurdo è che quei pochi vaccini attualmente in circolazione rischiano di restare inutilizzati per via della campagna denigratoria che li colpisce sul piano farmacologico da parte di chi non capisce nulla di tali argomenti. Si parla per pregiudizi. Quella no vax è un’ideologia strettamente connessa con un certo ecologismo e con le teorie della decrescita felice: alla base, hanno in comune un rifiuto per la scienza che sa di oscurantismo (verrebbe da dire ‘medievale’ se chi scrive, medievista per professione, sa bene che il Medioevo non maturò mai siffatta ostilità verso le invenzioni ed anzi incensò le forze dell’intelletto umano).

Siamo di fronte al paradosso: per un anno ci si è lamentati delle restrizioni ed ora che arriva una possibile soluzione s’innalzano mille obiezioni contro di essa. Finché si tratta di emotività popolare, passi; ma quando lo Stato non interviene per imporre l’obbligo vaccinale, qualche perplessità è più che lecita. Lo stesso Stato che ha chiuso in casa 60 milioni di italiani proclamando la salute come bene costituzionalmente superiore alla libertà individuale (parole di Conte) adesso si fa scrupolo di stabilire l’obbligo vaccinale per non offendere la libertà di scelta. Eppure, quel 15% di sanitari liguri che hanno rifiutato il vaccino rischia di mettere nei guai i malcapitati che avranno contatto con essi (ma lo stesso discorso vale per poliziotti ed insegnanti renitenti). E anche qui, bisogna dirlo, lo Stato pecca di omissione, perché l’art.32 della Costituzione consente l’obbligo e demanda al legislatore la determinazione di quali vaccini vadano assunti (è ciò che prevede la legge Lorenzin per ben 10 vaccini). A questo punto ci si chiede perché le istituzioni ruggiscono quando si tratta di chiudere e squittiscono quando si tratta di provare a risolvere il problema.

La sensazione è che, sotto sotto, siamo in ostaggio dei no vax e dei loro fantasmi irrazionali, più moderni di quanto si pensi. E viene da dire che, se quel lockdown indiscriminato della scorsa primavera fu più terroristico che ragionato, così anche l’improvviso e scriteriato liberi tutti dell’estate fu frutto di un macroscopico processo di rimozione di massa. Non diversamente, l’attuale panico da vaccino è figlio della stessa ipocondria di marzo 2020. In queste reazioni, dal basso ma anche dall’alto, si fatica a trovare qualcosa di sanamente equilibrato.

Il problema è che l’uomo, questa fragilissima creatura la cui vita è come un soffio rispetto alla storia del mondo, con questa pandemia ha riscoperto una voragine che supponeva colmata dal progresso. L’uomo ha paura di morire. Per 30, massimo 75 anni, il benessere occidentale ha narcotizzato le coscienze coi suoi consumi e le sue (apparenti) trasgressioni. Sotto sotto, ci siamo illusi che la sofferenza fosse destinata a tramontare con l’incedere della tecnica e che la medicina potesse regalare l’elisir di lunga vita. Tanto impegno per migliorare le sorti dell’uomo sarebbe certamente cosa buona se non sconfinasse in utopia fideistica (e se non riguardasse, in fin dei conti, la parte infinitesimale del pianeta). La scienza non è una religione e non può regalare l’immortalità. Chi crede in Dio, vi trova il porto delle proprie insicurezze e relativizza i mali del presente. Chi non ci crede, deve accettare la finitezza intrinseca dell’uomo e la mancanza di un approdo finale. Qualunque altro appiglio è illusorio e non sarà la scienza a sopperire.

Il black out segnato dal lockdown è stato un brutto colpo psicologico per chi s’era abituato a confidare nella grandezza titanica dell’uomo. La paura improvvisa di morire: così si spiega perché fummo pronti ad accettare ogni limitazione, anche la più illogica, durante la sciagurata primavera dello scorso anno. E così, d’altra parte, si spiega il rifiuto paranoide del vaccino. A contrario, le folle di Ferragosto non sono state la negazione del problema-Covid: sono state la negazione del problema-morte. Bisognava a tutti i costi tornare alla movida, perché la vita dell’uomo moderno è una (noiosissima ed insensata) giustapposizione tra la routine del lavoro meccanico ed una movida non meno ripetitiva.

Se è la morte l’interrogativo solenne davanti al quale non possiamo né evadere né restare pietrificati, allora – conviene dirlo – neanche il vaccino sarà la risposta definitiva. Bisognerà scommettere sull’intelligenza umana e, quindi, anche sul vaccino per superare il momento. Ma il virus potrà mutare ed il vaccino risultare inadeguato. Così come potrebbe diffondersi un virus affatto diverso. Siamo di fronte ad una stagione ignota, ricca di sfide, pericoli ed opportunità. Occorre realismo ed equilibrio, senza cadere in preda all’ansia ma rifiutando, al contempo, un ingenuo ottimismo. Il vaccino non è un complotto ma non sarà nemmeno il Salvatore.

Gustavo Adolfo Nobile Mattei

LASCIA UN COMMENTO

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui