Un figlio per nemico. Gli affetti di Gaetano Salvemini alla prova dei fascismi

  Ludovico Martello
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E’ apparso negli scaffali delle librerie un volume che svela gli avvenimenti personali dolorosi, e poco noti, che sullo sfondo della seconda guerra mondiale, lacerarono profondamente l’esistenza di Gaetano Salvemini.

Il testo costituisce l’opera prima di Filomena Fantarella –una giovane e promettente studiosa – che, dopo la laurea in Italia, ha conseguito il dottorato di ricerca in studi italianistici presso la Brown University a Providence ( Rhode Island ), dove attualmente insegna lingua e cultura italiana.

Edito dalla  con il titolo Un figlio per nemico. Gli affetti di Gaetano Salvemini alla prova dei fascismi. Il volume è impreziosito dalla accorata Prefazione  di Massimo L. Salvadori.

Il lavoro di Filomena Fantarella poggia su un solido e documentatissimo impianto storico ma procede ed emoziona con uno stile narrativo che, pagina dopo pagina, avvolge e commuove il lettore.

Siamo lieti, per gentile concessione dell’autrice, di offrire di seguito la lettura dell’ Introduzione al volume:

Un figlio per nemico. Gli affetti di Gaetano Salvemini alla prova dei fascismi.

 

UN FIGLIO PER NEMICO

Gli affetti di Gaetano Salvemini alla prova dei fascismi

Introduzione

di Filomena Fantarella

Subito un’avvertenza. Chi si accinge a leggere questo scritto con la speranza di trovarvi un resoconto minuto della vita di Gaetano Salvemini rimarrà deluso. L’intento del saggio, infatti, non è la narrazione circostanziata (e un po’ pedante) delle vicende che scandirono l’esistenza di Salvemini negli anni che lo portarono dal Sud al Nord Italia, dalla Francia all’Inghilterra e da qui poi negli Stati Uniti. Già studiosi di gran nome hanno scritto dettagliate biografie dello storico pugliese. Si pensi a Gaetano Salvemini. Un profilo biografico (1) e a Gaetano Salvemini nel cinquantennio liberale (2) di Enzo Tagliacozzo, o ancora all’ottimo lavoro in inglese di Charles Killinger, Gaetano Salvemini. A Biography(3), che ha il merito di ricostruire con cura doviziosa gli anni che Salvemini trascorse nel Nord America.

Questo saggio vuole piuttosto aggiungere un capitolo mancante alle biografie esistenti. Si dà il caso, infatti, che se sono stati versati fiumi d’inchiostro su Salvemini e la questione meridionale, sul suo antifascismo o sul suo anticlericalismo, in pochi – anzi pochissimi – hanno trattato le sue vicissitudini familiari e personali; oppure le hanno toccate con rapidità, rimanendo alla superficie delle cose, con un tono dimesso e quasi imbarazzato, e hanno stretto in brevi paragrafi una storia invero assai più ingombrante e intricata. Non molti forse ricorderanno che nel 1916 Salvemini sposò in seconde nozze Fernande Dauriac, una intellettuale francese nota nei circoli culturali fiorentini per la sua collaborazione con «La voce» di Prezzolini, nonché attiva femminista insieme con donne (diventate poi sue amiche) quali Elsa Dallolio, Sibilla Aleramo, Gina Lombroso Ferrero e Paola Lombroso Carrara.

È significativo quanto affermato da Niccolò Tucci in un ricordo di Salvemini scritto all’indomani della morte: «Fatto risaputo e ignoto: Salvemini sposò in seconde nozze la ex-moglie dello storiografo Luchaire, che aveva un figlio Jean, giustiziato nel 1945 a Parigi come traditore della patria, e una figlia, Corinne, che come amante di Otto Abetz si rese responsabile di molte cose brutte. Salvemini amava questi figliastri come figli suoi»(4). Una storia, dunque, sicuramente risaputa tra gli amici più intimi di Salvemini e tra gli studiosi più attenti e ancora in vita che ebbero la fortuna di conoscerli; ma ignota al gran pubblico.

Fernande, dunque, aveva sposato in prime nozze Julien Luchaire, professore di lingua e letteratura italiana presso l’Università di Grenoble e fondatore nel 1908 dell’Istituto italo-francese a Firenze. Dal matrimonio nacquero due figli: Jean (1901) e Marguerite (1904), meglio conosciuta con il diminutivo italiano di Ghita. Nei giorni terribili che seguirono il terremoto di Messina, Fernande e Julien furono tra coloro che accorsero in Sicilia per aiutare Salvemini a cercare i suoi familiari dispersi tra le macerie. Ma egli non ritrovò che corpi senza vita. E per settimane e settimane stette sulle tracce di Ughetto, l’ultimo dei suoi figli che non era ancora stato disseppellito. Salvemini lo volle credere sopravvissuto e lo cercò a lungo, ma alla fine dovette arrendersi alla dura realtà: e cioè che nessuno dei cinque figli, né la moglie Maria, né la sorella Camilla che viveva con loro, nessuno della sua famiglia era dunque scampato al disastro.

Nei mesi successivi alla tragedia di Messina, Salvemini si dedicò freneticamente al lavoro per non essere schiacciato dal dolore. Fernande divenne sua amica e confidente. I suoi due bambini davano a Salvemini l’illusione del calore di una famiglia. In modo particolare egli si affezionò al piccolo Jean, un ragazzo vivace e appassionato di politica che Salvemini soleva chiamare affettuosamente Giovannino. Certo, egli non dimenticherà mai i figli morti a Messina, specialmente Ughetto. Come testimoniato dai Bolaffio, la famiglia di amici che risiedeva a New York e presso cui spesso Salvemini era ospite, egli nella inconsapevolezza del sonno chiamava a voce alta i nomi dei figli o della prima moglie Maria quando era preda di notti terribili e agitate. Dunque Salvemini non dimenticò mai la sua prima famiglia, ma egli se ne creò un’altra comunque importante e che gli diede – almeno per un po’, come vedremo – l’illusione di un nuovo e caldo focolare domestico.

Venti di guerra intanto soffiavano sull’Europa. Si era all’alba del primo conflitto mondiale; Salvemini e Jean trascorrevano pomeriggi interi a discutere animatamente di politica. Jean trovava in Salvemini quel padre appassionato che non riusciva a essere Julien, dal temperamento freddo e distaccato. Separato da Fernande tra le mura domestiche ormai da anni, legato fin dal 1908 a una giovane amante, Julien divorziò da Fernande nel 1915. E così, sciolta da un legame ormai logoro, la signora Luchaire fu libera di unirsi a Salvemini e di formare con lui, Jean e Ghita una nuova famiglia a Firenze.

Fu davvero una famiglia unita e felice nonostante la guerra, la mancanza di denaro, l’ascesa di Mussolini al potere e il conseguente esilio a Parigi. Nel 1925 Fernande e Salvemini si stabilirono in Francia, dove Jean e Ghita vivevano stabilmente già da qualche anno. Sebbene la famiglia si fosse ritrovata nella capitale francese, si prospettavano tempi assai duri per i suoi componenti. Un giovanissimo Jean cercava di affermarsi nel mondo giornalistico e politico e nel contempo di sostenere la sua piccola famiglia (nel 1921 divenne, a soli vent’anni, padre di Corinne) con uno stipendio basso e instabile; Ghita, giovane volubile e molto superficiale, seguiva con discontinuità gli studi d’arte a Parigi; Fernande, di salute cagionevole, cercava di aiutare la famiglia impartendo lezioni private, e Salvemini si vedeva costretto a lunghi soggiorni in Inghilterra, dove gli era più facile ricevere incarichi universitari e guadagnare così qualche soldo.

Nel 1934, dopo due tour di conferenze negli Stati Uniti, Salvemini si stabilì definitivamente in Nord America, e precisamente a Cambridge, dove divenne professore all’Università di Harvard. Fernande però non lo seguì e rimase in Francia. In un primo momento, la distanza non allenterà l’unione fra i due. A dividerli sarà invece il cambiamento politico di Jean, che dal 1933 in poi si avvicinerà sempre di più agli ambienti reazionari, sino a diventare collaborazionista durante gli anni dell’occupazione tedesca in Francia. Facile immaginare la pena di Salvemini: aveva amato e cresciuto Jean come un figlio; grazie a Fernande e ai suoi figli aveva ricostruito quel nido d’affetti distrutto nel 1908.

Alla fine della guerra Jean viene arrestato e fucilato per tradimento. Ancora Tucci nel suo articolo ricorda lo stato d’animo di Salvemini all’indomani dell’esecuzione: «Lui stava allora a Cambridge, io quel giorno venivo da New York. avrei voluto sapere il resoconto del processo e dell’esecuzione. Andai subito a trovarlo, lì alla biblioteca fra le gabbie dei libri». E Tucci continua così: «Mi sedetti e Salvemini intanto cercava di riprendere il lavoro. “Dammi un momento di tempo”, disse, “voglio finire di annotare due o tre cose”. Presi un libro, finsi di leggere, guardavo lui. Non riusciva a concentrarsi, cioè pareva concentrato altrove, e ansioso di staccarsene. “andiamo”, disse, “oggi non ce la faccio”. Uscendo dal suo studio vide il giornale lì per terra.

Si fermò a guardarlo di lontano, esitò un poco, si mise il cappello con un gesto di rabbia». Uscirono. Salvemini – continua Tucci – camminava sospirando. Ma sullo scalone della biblioteca si fermò e gli disse: «I traditori vanno puniti. Certamente. Si capisce. Per me era come un figlio. Ma l’ha voluto lui ed è giusto che abbia pagato». Tuttavia – conclude Tucci – «c’erano lacrime invisibili nell’aria. Non in lui, non in me, ma si sentiva questo dolore sospeso impiangibile. Prima di arrivare al Faculty Club disse: “Quella povera donna”. E poi: “Sai, sono stanco. Ho voglia di morire”»(5).

Ecco, qui si racconterà di questa storia «nota» e nel contempo «ignota», di questo «dolore sospeso» e «impiangibile». Di Salvemini. Di Fernande. Di Jean. Di Ghita. Del fascismo che li divise. Ricostruiremo

la seconda famiglia di Salvemini. Cominceremo dagli inizi, trascorreremo dalle lotte comuni al sodalizio intellettuale, sino alla sofferta rottura alla fine degli anni trenta. E lo faremo attraverso l’analisi delle lettere inedite che Salvemini e Fernande si scrissero nel corso degli anni e conservate oggi agli archivi di Firenze.

Non solo. Ricorreremo anche a quelle lettere che Salvemini scambiò con gli amici più cari e da cui emerge il dramma familiare che si intrecciò con quello della dittatura fascista e la catastrofe della seconda guerra mondiale. Il viaggio negli archivi di Roma, Firenze,

Parigi e Cambridge, ha portato alla luce una storia d’amore e di guerra, offrendo un reticolo nuovo attraverso il quale traguardare la vicenda politica e intellettuale di Salvemini.

Un’ultima avvertenza: in questo libro non si troveranno mai pagine scritte per il gusto del pettegolezzo invasivo o sotto l’estro della narrazione civettuola; si scoprirà invece un personaggio straordinario, con le sue fragilità e le sue contraddizioni, pur sotto quell’armatura di instancabile condottiero che si era cucito addosso per parare i colpi della vita. Che gliene riservò dei più duri. Eppure Salvemini si riprese dopo ogni colpo. andando sempre avanti. Sempre seguendo con implacabile tenacia il motto di una vita: Non mollare. Mai.

 

1 E. Tagliacozzo, Gaetano Salvemini. Un profilo biografico, associazione italiana per la libertà della cultura, Roma 1963.

2 Id., Gaetano Salvemini nel cinquantennio liberale, La Nuova Italia, Firenze 1959.

3 C. Killinger, Gaetano Salvemini. A Biography, Praeger, Westport (Conn.) 2002. Tra le altre biografie di Salvemini ricordiamo l’antico, ma non del tutto invecchiato, e comunque utilissimo saggio di M. L. Salvadori, Gaetano Salvemini, Einaudi, Torino 1963; G. Quagliariello, Gaetano Salvemini, il Mulino, bologna 2007; I. Origo, Bisogno di testimoniare. Quattro vite e un saggio sulla biografia, Longanesi & C., Milano 1985; P. Silva, Chi è Gaetano Salvemini, La voce Società anonima Editrice, Roma 1919; G. De Caro, Gaetano Salvemini, Utet, Torino 1970. Quest’ultimo lavoro ha ricevuto non poche critiche per il tono sarcastico – non sempre appropriato – e la superficialità dell’analisi. brevi profili biografici di Salvemini si trovano presso l’archivio dell’Istituto storico della Resistenza in Toscana, nel Fondo Gaetano Salvemini (d’ora in poi ags), Carte Isabella Massey. Tra i documenti della Massey vi è anche una biografia da lei scritta, che traccia la vita di Salvemini fino agli anni trenta. Ivi, Carte Iris Origo. Isabella Massey (1880- 1966) insegnava a Londra, al bedford College for Women. Divenne amica di Salvemini e lo aiutò con la traduzione in inglese di molti dei suoi scritti.

4 N. Tucci, Salvemini, in «Controcorrente. Rivista di critica e di battaglia», 1958, 5, pp. 19-24, qui p. 21. Nel ricordo di Tucci, per la verità, c’è una improprietà da correggere subito: Corinne era figlia di Jean (Fernande dunque ne era la nonna e non la madre) e Jean fu giustiziato nel febbraio del 1946 e non nel 1945. Negli anni dell’occupazione

tedesca Corinne fu sospettata di essere l’amante di abetz e addirittura di avere rapporti incestuosi col padre Jean. voci smentite dai fratelli nel dopoguerra e dalla stessa Corinne nella sua autobiografia: Ma drôle de vie, Sun, Paris 1949.

5 Tucci, Salvemini cit., pp. 22-3.