Resilienza durante la pandemia: il nuovo culto sociale

Resilienza durante la pandemia: una riflessione critica sul suo uso sociale e sui cambiamenti accelerati dal Covid-19.

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La resilienza durante la pandemia ha assunto un ruolo centrale tra le narrazioni della nostra epoca. Le società del Terzo Millennio hanno abbandonato le grandi metanarrazioni, come insegna Jean-François Lyotard ne La condizione postmoderna. Tuttavia, il gusto del racconto non è scomparso: si è frammentato in innumerevoli micronarrazioni diffuse attraverso i social network.

Tra queste parabole contemporanee spicca quella della resilienza, propagandata da influencer, youtuber e intellettuali declassati della nostra epoca.

La resilienza durante la pandemia

Il termine “resilienza”, mutuato dalla fisica, indica la capacità di un materiale di assorbire un urto senza rompersi. Successivamente, la psicologia lo ha utilizzato per descrivere la capacità di una persona di affrontare e superare un evento traumatico.

Durante la pandemia di Covid-19, governi, istituzioni e mezzi di comunicazione hanno trasformato la resilienza in un vessillo. Hanno invitato il cittadino ad accettare le restrizioni delle libertà individuali in nome di un bene superiore: la salute della collettività.

Il resiliente virtuoso è colui che si piega, ma non si spezza. Assorbe l’urto, accetta le limitazioni e continua a svolgere il proprio ruolo senza mettere in discussione l’ordine costituito.

I due volti dell’adattamento

Trasferita dal piano individuale a quello sociale, la resilienza invita le comunità politiche a tollerare qualsiasi decisione adottata durante una situazione di emergenza. Tuttavia, questa narrazione non possiede soltanto un volto conservatore.

Come un nuovo Giano bifronte, mostra anche una faccia progressista, che spinge ad accettare ogni trasformazione come espressione del naturale progresso della società. Adeguarsi ai cambiamenti che la società considera inevitabili, figli dello sviluppo scientifico e tecnologico, diventa così la parola d’ordine del nostro tempo.

La resilienza contro il Covid-19 si trasforma, pertanto, nel nuovo principio che legittima l’esistente: non soltanto il presente, ma anche il futuro annunciato dalle istituzioni e dai mezzi di comunicazione.

Digitalizzazione e adattamento alla pandemia

Molti cambiamenti erano già in corso prima della diffusione globale del Covid-19, anche se procedevano più lentamente. Non intendiamo sostenere alcuna tesi complottista, ma soltanto evidenziare come la pandemia abbia accelerato i processi di digitalizzazione e di transizione ecologica.

Governi e istituzioni hanno associato la resilienza durante la pandemia alla costruzione di una società più digitale, automatizzata ed ecosostenibile. In questo cammino verso un domani descritto come prospero e radioso, il programma NextGenerationEU rappresenta la sua veste istituzionale.

L’Unione Europea ha deciso di ricorrere anche a un debito condiviso per sostenere la ripresa degli Stati membri e finanziare i settori considerati strategici per il futuro. La stessa Commissione europea presenta NextGenerationEU come uno strumento destinato a costruire un’Europa più verde, digitale e resiliente.

In questo contesto trova spazio la narrazione della resilienza. Il suo compito è far accettare una trasformazione radicale non soltanto del modo in cui gli individui interpretano la realtà, ma anche delle relazioni che instaurano tra loro. Una successiva riflessione sugli effetti della pandemia sull’umanità mostra quanto profondamente questa esperienza abbia inciso sulla società


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Il nuovo culto della resilienza

La trasformazione digitale rischia di spazzare via costumi, usi e tradizioni che hanno contribuito a cementare la società liberaldemocratica. Al loro posto potrebbero arrivare insegnanti sostituiti dai tablet, automobili elettriche guidate dagli algoritmi e rapporti umani sempre più mediati dagli strumenti digitali.

La religione progressista della resilienza innalzerà nuovi altari per insegnare a tutti ad adattarsi all’inevitabile. Ma quale destino attende l’eretico, colui che non vorrà inginocchiarsi davanti al nuovo dio?

Probabilmente non affronterà alcuna condanna né alcun martirio. La società accuserà l’asociale miscredente di populismo reazionario. A chi non vorrà aderire con entusiasmo alla nuova parola non resterà che estinguersi lentamente, per incapacità produttiva, riproduttiva e relazionale.

La resilienza durante la pandemia, da capacità di affrontare un trauma, rischia così di trasformarsi nell’obbligo di adattarsi a ogni cambiamento, rinunciando persino alla possibilità di discuterlo.

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Vito Varricchio
Vito Varricchiohttps://www.politicamagazine.it/author/vito-varricchio/
Docente di Storia e istituzioni dell' Africa e di storia delle dottrine politiche.

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